Clan Braidic, condanne per quasi 40 anni: confiscata Villa Giuseppe a Pradamano

Quasi 40 anni di reclusione complessivi per i cinque imputati del clan Braidic, accusati di associazione a delinquere finalizzata a truffe e altri reati contro il patrimonio. È la sentenza pronunciata ieri pomeriggio dal Tribunale di Udine, che ha condannato tutti gli imputati a pene per un totale di 39 anni e 8 mesi, a fronte dei 70 anni richiesti dal pubblico ministero Andrea Gondolo. Disposta anche la confisca di Villa Giuseppe a Pradamano, indicata dagli inquirenti come base dell’organizzazione, e di un ufficio a Buttrio. Restituiti invece gli immobili sequestrati a Manzano.

Il processo riguardava cinque persone arrestate nell’ambito dell’operazione interforze scattata all’alba dell’8 aprile 2025 nell’hinterland udinese. Secondo quanto riportato dal Messaggero Veneto, la pena più alta è stata inflitta a Tomas Braidic, 31 anni, di Buttrio, condannato a 8 anni e 10 mesi di reclusione. Claudio Braidic, 55 anni, di Pradamano, ha ricevuto una condanna a 8 anni, 9 mesi e 15 giorni: per lui è caduta l’accusa di essere a capo dell’organizzazione.

Caterina Kari, 34 anni, di Buttrio, è stata condannata a 8 anni, 5 mesi e 15 giorni. Manuel Braidic, 35 anni, residente a Pradamano, dovrà scontare 7 anni di reclusione, mentre Tatiana Braidic, anche lei 35enne e residente a Pradamano, è stata condannata a 6 anni e 8 mesi.

La confisca di Villa Giuseppe

La decisione è arrivata dopo una camera di consiglio durata quasi un’ora. Il collegio giudicante, composto dalle magistrate Carla Missera, Concetta Bonasia e Giovanna Zingirian, ha riconosciuto l’associazione a delinquere contestata dalla Procura. Gli imputati rispondevano, a vario titolo, anche di sostituzione di persona, riciclaggio e autoriciclaggio, furto e rapina.

La confisca riguarda Villa Giuseppe a Pradamano, dove secondo l’accusa venivano attirate le vittime con la prospettiva di guadagni facili o affari vantaggiosi, e un ufficio a Buttrio. Gli immobili sequestrati a Manzano sono stati invece restituiti.

Gli avvocati degli imputati attendono il deposito delle motivazioni della sentenza, previsto entro 60 giorni, prima di formalizzare l’impugnazione davanti alla Corte d’appello di Trieste.

Le truffe per oltre 500mila euro

Secondo la ricostruzione della Procura, l’organizzazione avrebbe messo a segno una serie di truffe e raggiri, talvolta accompagnati da minacce e intimidazioni. Il sistema si basava soprattutto su falsi affari relativi a beni di valore, come orologi di pregio e automobili di lusso.

Gli indagati si sarebbero presentati come venditori o acquirenti, convincendo le controparti a concludere le transazioni in contanti. Gli incontri avvenivano spesso a Villa Giuseppe, dove le vittime venivano invitate per portare a termine gli affari. Una volta entrati in possesso della merce o del denaro, secondo l’accusa, i componenti del gruppo si allontanavano con un pretesto, senza consegnare quanto promesso.

Tra gli oggetti finiti al centro delle contestazioni figuravano monete d’oro, orologi Rolex e banconote di piccolo taglio, richieste con la scusa di dover cambiare quelle di importo maggiore. Tra il febbraio 2023 e il settembre 2024 gli investigatori hanno ricostruito 17 episodi di truffa, per un profitto complessivo superiore ai 500mila euro. Parte del denaro sarebbe stata recuperata nel corso delle perquisizioni, insieme a monete d’oro e altri oggetti preziosi.

Il tenore di vita e i flussi di denaro

Le indagini avevano inoltre evidenziato un tenore di vita ritenuto dagli investigatori incompatibile con le attività lavorative dichiarate dai componenti della famiglia, impegnati in lavori saltuari, dalla raccolta del ferro alle pulizie. Auto e beni di lusso, viaggi, vacanze, pranzi al ristorante e frequenti accessi ai casinò di Venezia e della Slovenia erano tra gli elementi finiti sotto la lente degli inquirenti.

Per giustificare i flussi di denaro, secondo l’ipotesi accusatoria, sarebbero state utilizzate anche sovrafatturazioni tra ditte, società e cooperative collegate tra Friuli e Piemonte.

Nel corso del processo Claudio Braidic, inizialmente indicato dalla Procura come presunto capo del gruppo, aveva cercato di assumersi la responsabilità delle truffe, negando però di aver commesso rapine. Con la sentenza di primo grado è venuta meno proprio l’accusa di aver diretto l’organizzazione.