La sentenza di condanna in primo grado per la morte a Preone del volontario di Protezione civile, avvenuta nel luglio 2023 durante un monitoraggio del territorio post maltempo, ha innescato una mobilitazione senza precedenti tra le amministrazioni locali. Riuniti d’urgenza nella sede della Comunità di montagna a Tolmezzo, i sindaci della Carnia hanno espresso unanime sconcerto, denunciando come l’attuale quadro normativo non garantisca più le tutele necessarie a chi amministra e coordina il volontariato sul territorio.
Secondo la linea comune adottata dall’assemblea, il verdetto che ha colpito il sindaco di Preone, Andrea Martinis, e il coordinatore locale di Protezione civile, Renato Valent, segna un punto di non ritorno per il sistema di soccorso regionale. I primi cittadini hanno sottolineato come le garanzie legali finora prospettate si siano rivelate inefficaci, trasformando l’impegno civile in un rischio giuridico insostenibile per i rappresentanti delle comunità montane.
Lo strappo sulle celebrazioni del 1976
In segno di protesta, i sindaci hanno annunciato una decisione drastica che tocca il cuore della memoria friulana: il boicottaggio delle celebrazioni ufficiali per il 50° anniversario del terremoto del 1976. Gli eredi morali di quella stagione di ricostruzione e autodeterminazione hanno scelto di non presenziare in forma istituzionale agli eventi solenni previsti per il prossimo anno.
Né le fasce tricolori né le squadre comunali della Carnia parteciperanno alle cerimonie del cinquantennale, limitando la propria presenza esclusivamente alle funzioni religiose in memoria delle vittime. Si tratta di un messaggio di “resistenza” rivolto al Dipartimento nazionale di Protezione civile e alla Presidenza della Repubblica, per ribadire che la sicurezza del territorio non può prescindere dal rispetto e dalla tutela di chi la garantisce quotidianamente.
Verso lo scioglimento dei gruppi comunali
La mobilitazione riguarda anche l’operatività immediata del soccorso. Le squadre di Protezione civile carniche rimarranno in stato di stand-by, con un appello alla solidarietà esteso a tutti i comuni del Friuli Venezia Giulia. Se non arriveranno in tempi rapidi soluzioni normative capaci di blindare le figure del sindaco e del coordinatore, i primi cittadini si sono detti pronti a proporre nei rispettivi consigli comunali lo scioglimento formale dei gruppi di volontariato.
L’obiettivo dichiarato dai sindaci è quello di spingere la politica e la prefettura a trovare una strada che eviti la scomparsa di un patrimonio di solidarietà lungo mezzo secolo, oggi minacciato dall’incertezza legale evidenziata dal caso di Martinis e Valent.
La reazione della Regione: “Modello virtuoso in pericolo”
Sulla vicenda sono intervenuti con forza i vertici della Regione Friuli Venezia Giulia, esprimendo preoccupazione per la tenuta dell’intero sistema. “Rispettiamo e non commentiamo la sentenza – ha detto il governatore Massimiliano Fedriga -. Abbiamo lavorato in modo significativo per intervenire anche sul piano legislativo a livello nazionale, assieme al ministro Luca Ciriani, all’assessore Riccardo Riccardi e al senatore Marco Dreosto, per cercare di affrontare il problema e tutelare l’eccellenza della Protezione civile e la ricchezza del volontariato che questa terra esprime”.
Fedriga ha poi sottolineato la gravità della situazione per chi opera sul campo: “Quello che si propone all’attenzione di tutti è un problema serio, perché riguarda sindaci, volontari e organizzazioni del territorio che hanno dimostrato di saper affrontare le emergenze con professionalità. Approfondiremo la sentenza per capire come intervenire, perché il rischio concreto è quello di colpire duramente una realtà che rappresenta un’eccellenza del nostro Paese. La nostra Protezione civile è un modello virtuoso europeo e non possiamo permetterci di perderla”.
Dello stesso avviso l’assessore regionale alla Protezione civile, Riccardo Riccardi, che vede nella condanna di Martinis e Valent un colpo durissimo: “La modifica del Parlamento, volta a escludere l’applicazione delle sanzioni sulla sicurezza del lavoro, non è stata sufficiente. Fermo restando il rispetto e la necessità del codice penale, dobbiamo chiederci se questo Paese possa continuare a prevedere gli stessi giudizi e le stesse pene in condizioni di normalità e in situazioni critiche ed emergenziali“.
Riccardi ha concluso auspicando una riflessione profonda che coinvolga tutti i livelli: “Leggeremo le motivazioni, ma ciò che resta è il concreto rischio che la Protezione civile non esista più per come l’abbiamo conosciuta. E, se così fosse, non vivremmo in un Paese migliore”..
