Caso Resinovich, dal Dna maschile ai dubbi sulle scarpe: le nuove perizie e le parole di Visintin

Tracce di Dna appartenenti a un uomo sconosciuto sui jeans di Liliana Resinovich e su uno dei sacchi neri che avvolgevano il suo corpo. È uno degli elementi emersi dalle nuove perizie disposte nell’ambito dell’inchiesta sulla morte della donna, scomparsa da Trieste il 14 dicembre 2021 e ritrovata senza vita il 5 gennaio 2022 nel boschetto dell’ex ospedale psichiatrico di San Giovanni.

Gli accertamenti, affidati dalla gip di Trieste Flavia Mangiante ai periti Eva Sacchi, Chiara Turchi e Paolo Fattorini, hanno individuato tracce genetiche che, con elevata probabilità, appartengono allo stesso soggetto maschile, al momento non identificato. Il materiale è stato rilevato sui pantaloni della donna e sul sacco che conteneva la parte inferiore del cadavere.

Altri residui di Dna maschile, anch’essi non identificati, sono stati trovati sulla borsetta, sull’orologio, sulla bottiglietta di plastica, sugli altri sacchi e sugli indumenti. Sul cordino che teneva insieme le chiavi di casa sono inoltre emersi due profili genetici complessi, indicativi della presenza di materiale biologico riconducibile a un uomo ancora sconosciuto. Non è però accertato che tutte queste tracce appartengano alla stessa persona.

Le analisi genetiche non hanno ricondotto a Sebastiano Visintin, marito di Liliana e unico indagato per la sua morte, il Dna maschile sconosciuto individuato sui reperti. La presenza di materiale genetico non identificato rappresenta un elemento da approfondire, ma non permette, da sola, di stabilire quando sia stato depositato né quale relazione abbia con la morte della donna.

Le scarpe di Liliana e i dubbi sul luogo del ritrovamento

Un altro aspetto delle perizie riguarda le scarpe che Liliana indossava quando venne ritrovata. Sulle suole non sono stati individuati depositi di terreno sufficienti per un confronto con quello del roseto dell’ex ospedale psichiatrico, dove si trovava il corpo.

Il dato richiede però di essere letto alla luce degli accertamenti precedenti. Le calzature erano già state sottoposte a due analisi, durante le quali era stato prelevato parte del materiale aderente alle suole.

La prima consulenza botanico-forense, affidata nel 2022 a Francesco Boscutti, aveva evidenziato la presenza di una samara di acero sulla parte anteriore della scarpa destra. Secondo il consulente, quel residuo poteva essere stato raccolto lungo il percorso pedonale di via Weiss, su una superficie rigida come il lastricato che conduce verso l’area del ritrovamento.

L’ipotesi formulata all’epoca era quindi compatibile con la possibilità che Liliana avesse raggiunto a piedi la parte alta dell’ex ospedale psichiatrico.

Successivamente, quando le scarpe furono esaminate dalla squadra della consulente Cristina Cattaneo, vennero descritte come umide al tatto e interessate dalla presenza di muffa.

Nella relazione più recente, i periti precisano che il materiale originariamente presente sulle suole era già stato in parte raccolto durante le precedenti operazioni. Tra i residui conservati dalla Squadra mobile figuravano una foglia, un frammento di legno, un sassolino e del terriccio provenienti dalla calzatura destra. L’assenza di materiale sufficiente per il confronto non consente quindi, da sola, di escludere un passaggio della donna nell’area.

Gli esperti hanno approfondito anche la presenza di zirconio sulle scarpe, un elemento preso in considerazione per verificare un possibile collegamento con il laboratorio in cui Sebastiano Visintin svolgeva attività di affilatura di coltelli.

Il confronto non ha però fornito elementi a sostegno di un contatto tra le calzature della donna e il laboratorio del marito. I periti hanno infatti riscontrato differenze nella distribuzione e nell’associazione dei materiali analizzati.

Il contatto tra gli indumenti e la posizione di Visintin

Le analisi hanno preso in esame anche alcuni filamenti rinvenuti sul giubbotto e sulla borsa di Liliana, risultati compatibili con il giubbotto indossato da Sebastiano Visintin il giorno della scomparsa della moglie.

Secondo gli accertamenti, gli elementi esaminati indicano un contatto diretto tra i tessuti, ma resta da chiarire in quali circostanze questo sia avvenuto.

Intervenuto il 14 ottobre alla trasmissione La Vita in Diretta, Visintin ha ribadito la propria estraneità alla morte della moglie. Alla giornalista che gli chiedeva se avesse abbracciato Liliana quella mattina, ha risposto: “Certamente, come ogni volta. Prima di uscire bevevamo il caffè, poi la abbracciavo, le davo un bacino e andavo via”.

La donna, tuttavia, in quel momento indossava il pigiama. Il marito ha quindi spiegato che i loro indumenti venivano spesso riposti insieme, anche sovrapposti, circostanza che potrebbe giustificare il trasferimento dei filamenti.

“Con tutto quello che è emerso in questi giorni io penso di non essere assolutamente responsabile di quello che è successo a Liliana”, ha dichiarato Visintin, che continua a respingere ogni coinvolgimento nella vicenda.

Raggiunto anche dall’Adnkronos, ha aggiunto: “Da sempre sostengo la mia innocenza, ma non vengo creduto”. E ancora: “Vengo indicato come il marito mostro, ma contro di me c’è sempre stato solo fango”.

Una posizione diversa è quella della famiglia di Liliana. L’avvocato Nicodemo Gentile, che assiste il fratello Sergio Resinovich, ritiene che i nuovi elementi rafforzino l’ipotesi dell’omicidio e che la donna possa essere stata uccisa altrove, prima che il corpo venisse portato nel boschetto dell’ex ospedale psichiatrico. Le conclusioni dei periti non rappresentano comunque un accertamento definitivo della dinamica della morte. I risultati saranno esaminati nell’udienza fissata per il 30 ottobre, quando gli esperti saranno chiamati a illustrare gli esiti delle analisi e a chiarire il significato degli elementi raccolti.