Morì a 34 anni nello schianto contro un albero, la famiglia dopo 4 anni vuole giustizia

L’incidente mortale nel 2016.

Sono passati ormai quasi quattro anni dal terribile incidente stradale costato la vita, a soli 34 anni, a Francesco Maria Tomasso, ma da quel “maledetto” 25 luglio 2016 i suoi cari e Studio3A, che li assiste, stanno ancora aspettando una risposta dalla magistratura: non sanno neppure chi l’autorità giudiziaria stia indagando.

Il giovane, che risiedeva a Monfalcone, alle 15.45 di quel tragico giorno stava percorrendo la Strada Statale 55 quando, all’incrocio con la Strada Provinciale 13, nel territorio comunale di Savogna d’Isonzo, in provincia di Gorizia, per cause ancora ignote ha perso il controllo della sua Fiat 600 finendo la sua corsa contro un grosso tiglio.

Una fuoriuscita autonoma, certo, ma che con ogni probabilità non avrebbe avuto conseguenze così devastanti se Francesco Maria e la sua piccola utilitaria non avessero trovato sulla loro strada quel possente albero che troneggia in un’aiuola spartitraffico e da cui anzi deborda, invadendo parzialmente la carreggiata, senza che vi fosse alcuna protezione e a dispetto delle norme del Codice della Strada che imporrebbero distanze minime delle alberature dal ciglio stradale o barriere protettive: il tiglio, peraltro, si trova ancora lì, nonostante lo schianto mortale occorso al trentaquattrenne e altri precedenti sinistri, per fortuna meno gravi, culminati contro il suo fusto, e nonostante più volte gli abitanti della zona abbiano segnalato il pericolo che esso rappresenta.

Anche per questo, per fare piena luce sulle cause e le eventuali responsabilità dell’accaduto, i genitori e le sorelle della vittima, attraverso l’area manager e responsabile della sede di Udine, Armando Zamparo, si sono affidati a Studio 3A-Valore Spa , società specializzata a livello nazionale nel risarcimento danni e nella tutela dei diritti dei cittadini.

La Procura di Gorizia, per il tramite del Pubblico Ministero Paolo Ancora, ha aperto un procedimento penale per il reato di omicidio stradale, inizialmente contro ignoti, e ha disposto anche l’autopsia sulla salma del giovane e, soprattutto, una perizia cinematica per ricostruire la dinamica e le cause dell’incidente, incaricando a tale fine quale proprio consulente tecnico Marco Pozzati: incarico conferito il 30 agosto 2016.

Da allora, però, più nulla. Ogni richiesta di accesso agli atti – e sono state numerose – per conoscere lo stato di avanzamento dell’inchiesta, per ottenere qualche risposta e per avviare l’eventuale procedura di risarcimento dei danni nei confronti dell’Ente gestore della strada è stata rigettata, con la motivazione che “sono ancora in corso le indagini preliminari e gli accertamenti investigativi”.

L’unica notizia che si è potuta attingere dall’ultimo di questi dinieghi da parte della Procura, lo scorso marzo, è che il fascicolo dal 2019 non è più un “modello 44”, cioè contro ignoti, ma un “modello 21”, ossia c’è o ci sono degli indagati, verosimilmente sulla scorta delle risultanze della perizia cinematica depositata dal Ctu: ma a quali conclusioni sia pervenuto il perito del Pm e, soprattutto, chi siano le persone iscritte nel registro degli indagati non è dato sapere.

Il 18 maggio 2018 la sorella di Francesco Maria aveva preso carta e penna, e il cuore in mano, per scrivere una toccante lettera al Sostituto Procuratore della Procura goriziana titolare del procedimento, dott. Paolo Ancora. Nella missiva Alessandra Tomasso descriveva lo stato di prostrazione della sua famiglia, “completamente distrutta” per la terribile perdita del fratello, “che ha lasciato un vuoto incolmabile”.

L’unica cosa che ci tiene vivi – proseguiva – è la volontà di capire cosa sia successo quel giorno. Tutti i dinieghi ricevuti per partecipare al procedimento penale aperto, in quanto le indagini sono ancora in corso, sono una circostanza che da un lato ci fa sperare che la vostra scrupolosità e il vostro zelo possano fare luce su quanto accaduto, in modo che la nostra testa e il nostro cuore trovino un po’ di pace. Ma dall’altro, dopo due anni, vorrei che in qualche modo si potesse smuovere qualcosa, tutta la mia famiglia vorrebbe ricevere delle risposte, conoscere le cause di ciò che è successo e gli eventuali responsabili, anche perché drammi come quello che abbiamo subìto noi non debbano toccare ad altri”.

Parole che, dopo due ulteriori e inutili anni di attesa, restano più che mai valide e risuonano ancora più forti e accorate.