In un contesto internazionale sempre più complicato non si arresta a Udine il fenomeno della progressiva riduzione delle insegne. Stando ai dati dell’Osservatorio “Città e demografia d’impresa”, report costruito dall’Ufficio Studi Confcommercio su dati del Centro Studi delle Camere di Commercio G. Tagliacarne (la fotografia è scattata allo scorso giugno), dal 2012 al 2025 il calo è del 29% nel commercio al dettaglio del centro storico (da 564 a 401 imprese, -163) e del 20% nell’area non centrale (da 403 a 323, -80). Sostanzialmente stabile, invece, il dato di alberghi, bar e ristoranti: in centro storico si passa dalle 358 imprese del 2012 alle 353 dell’anno scorso, mentre fuori dal centro c’è un incremento da 235 a 238.
Il confronto con il pre Covid.
Quanto al raffronto tra il 2019 e il 2025, gli anni del Covid e del post Covid, il trend all’ingiù rimane evidente sul commercio, che segna -96 imprese in centro storico (da 497 a 401) e -33 fuori dal centro (da 356 a 323), mentre su pubblici esercizi e ricettività siamo a -20 insegne sia in centro (da 373 a 353) che in periferia (da 258 a 238).
La desertificazione.
“La chiusura dei piccoli esercizi non ha solo un impatto economico: comporta anche un impoverimento della vita dei paesi e dei centri storici – è il commento del vicepresidente nazionale di Confcommercio e presidente provinciale di Udine Giovanni Da Pozzo –. Più serrande abbassate significano meno presidio delle strade e quindi una percezione di minore sicurezza, un aspetto che nelle grandi città è particolarmente visibile. A questo si aggiunge la riduzione del valore degli immobili nelle aree più colpite“.
Le difficoltà del terziario, prosegue Da Pozzo, “settore comunque trainante dell’economia cittadina, visto che parliamo di oltre 11.500 lavoratori a Udine nelle aziende del commercio e dell’ospitalità, si aggravano quando manca una programmazione urbanistica che sia coerente con le dimensioni della città. Il cambiamento epocale nelle abitudini di consumo, con il sempre più marcato utilizzo del commercio elettronico, si aggiunge al peso delle incombenze burocratiche e agli insostenibili costi della fiscalità. Buona notizia è la consapevolezza della politica rispetto a un tema che segnaliamo da anni. La Regione con i Distretti del commercio ha messo in campo un’azione mirata a valorizzare i negozi di prossimità, il Comune di Udine ha pubblicato un bando da un milione e mezzo per far fronte alla desertificazione commerciale”.
Il progetto Cities
Un quadro non diverso in varie altre aree del Paese, cui Confcommercio nazionale, ricorda Da Pozzo, propone il progetto Cities, «un contributo concreto per migliorare i centri urbani e rafforzare le economie di prossimità promuovendo il ruolo del terziario di mercato nell’ambito di un nuovo modello di sviluppo urbano basato su sostenibilità, comunità e identità». Le principali proposte alle istituzioni? Riconoscere le imprese di prossimità come attori del governo urbano, integrare politiche di sviluppo economico e urbanistica, disciplinare l’offerta commerciale nelle aree sensibili, gestire attivamente i locali sfitti
Le condizioni per fare impresa.
«La situazione resta critica – aggiunge il presidente del mandamento di Confcommercio Udine Rodolfo Totolo – anche a causa della progressiva riduzione del potere d’acquisto delle famiglie e dei cambiamenti nelle dinamiche di spesa. In attesa che cantieri strategici prendano avvio, per opere necessarie ad incrementare e rilanciare l’attrattività della città, la nostra associazione continua a lavorare sui tavoli istituzionali perché si creino le condizioni migliori e concrete per fare impresa. L’auspicio è che l’amministrazione comunale assecondi e accompagni con decisione lo spirito e la determinazione delle aziende che, con coraggio e grande senso di responsabilità, continuano a operare sia in centro che nelle periferie».
I negozi chiusi a Udine.

I dati nazionali.
Tra il 2012 e il 2025, in Italia, sono spariti 156mila punti vendita del commercio fisso e ambulante; in crescita solo le attività di alloggio e ristorazione (+19mila). Nello stesso periodo, nel commercio, negli alberghi e nei pubblici esercizi diminuiscono le imprese a titolarità italiana (-290mila) e crescono quelle straniere (+134mila). In termini di nuova occupazione, l’incremento maggiore è degli stranieri con +194mila occupati (gli occupati italiani +157mila). Cresce tuttavia la dimensione media delle imprese italiane (da 2,4 a 3 addetti per impresa), mentre quelle guidate da imprenditori stranieri restano più piccole e diffuse (da 1,9 a 1,7 addetti) e crescono anche le società di capitale (dal 9% al 17% nel commercio al dettaglio e dal 14,2% al 30,6% nell’alloggio e ristorazione) mentre diminuiscono tutte le altre forme societarie.
La variazione dell’indice delle vendite al dettaglio tra il 2015 e il 2025 segna uno 0,0% per le piccole superfici e un +187% per l’online. Nei centri storici chiudono più negozi che nelle periferie, sia al Centro-Nord che nel Mezzogiorno. Si riducono le attività tradizionali (commercio al dettaglio, ambulanti, alberghi) e aumentano i servizi: b&b e affitti brevi, in particolare, segnano un vero e proprio boom (+290,6% al Sud, +147,5% al Centro-Nord). Sul calo dei bar e la crescita dei ristoranti incide il cambio di codice di molte attività che si spostano sulla somministrazione propriamente detta.
