Una tragedia immane, la più grande da che se ne ha ricordo nella storia delle immersioni subacquee maldiviane, quella che ha visto cinque Italiani in un primo momento dispersi, dallo scorso 14 maggio e in un secondo momento recuperati senza vita, proprio in questi giorni.
Le vittime, Monica Montefalcone, docente del dipartimento di scienze della Terra e dell’ Ambiente presso l’ università di Genova, Federico Gualtieri, specializzato proprio sugli atolli maldiviani, il padovano Gianluca Benedetti, una vita dedicata al settore bancario virata alla subacquea in questi ultimi anni e -gli ultimi due corpi recuperati- Giorgia Sommacal, figlia di Monica Montefalcone e l’ assegnista di ricerca Muriel Oddenino, si erano immersi dalla safari boat “Duke of York”, nel tentativo di esplorare le grotte di Alimatha, per poi essere ritrovati cadavere nel segmento più profondo dell’ atollo di Vaavu.
Le operazioni di recupero sono avvenute grazie al lavoro di tre speleosub finlandesi della Dan Europe – in seguito, dramma nel dramma, alla morte del sub maldiviano che si era immerso per coadiuvare le ricerche- che, dopo il recupero nelle ultime ore delle GoPro, dei computer subacquei, degli erogatori e delle bombole, hanno fornito elementi fondamentali a tracciare una linea netta.
L’ ipotesi che più si fa largo rimanda alla scarsa visibilità di un anfratto nel quale le vittime si sarebbero addentrare e dal quale non sarebbero più state in grado di uscire, anche e soprattutto dopo aver terminato la scorta di aria nelle bombole ( peraltro da 12 litri, quindi non adatte ad immersioni così profonde per un tempo così lungo). Al vaglio della procura di Roma, che ha aperto un fascicolo per omicidio colposo al momento contro ignoti, ci sarebbero, oltre alle attrezzature non consone, l’ ipotetica assenza del così definito”filo di Arianna”, una sorta di linea guida, il probabile disorientamento dovuto alla scarsa visibilita’ e altre questioni strettamente tecniche.
A fare chiarezza su quanto siano fondamentali molti aspetti legati alla sicurezza per ridurre il rischio durante anche le più esteme immersioni subacquee, ci pensa Manuel Ianesi, trainer formatore di futuri istruttori per la regione Friuli Venezia Giulia ASISUB, ACUC ( Ass. of Canadian underwater councils) e CMAS ( Conf. mondiale attività subacquee), nonché autore di diversi manuali di subacquea.
– Anzitutto ti ringrazio per la disponibilità. Cosa hai provato quando hai sentito questa notizia? Qual è la prima cosa che ti è venuta in mente?
Grazie a voi per voler dare spazio a questo argomento, che ovviamente mi sta molto a cuore. Questa notizia si è diffusa nell’ immediato nel nostro ambiente, ho provato una grande tristezza, mi sono fatto mille domande, che avranno risposta solo ad indagini concluse.
– Qual è la cosa fondamentale che insegni a chi si approccia a questo mondo?
Mi immergo da quando avevo 14 anni, ora ne ho 53. All’ attivo più di 3 mila immersioni. Nonostante l’esperienza, reputo ancora oggi la sicurezza – e lo dico a gran voce- è l’ elemento fondamentale, anche degli elementi che possono sembrare superflui e non lo sono, assieme alla capacità di gestione dello stress durante gli imprevisti. Inoltre, la conoscenza di come il nostro corpo si comporta nell’ambiente acquatico e quali sono le leggi fisiche, chimiche e meccaniche che si attuano nell’immersione e come poter prevenire gli incidenti per far si che le immersioni siano divertenti e che possano anche darci benessere quantomeno mentale.
– Ti è mai successa una situazione di pericolo?
Si, momenti critici ne sono successi e qualche non fatale incidente accorso ad altri mi è capitato di viverlo. Tutte cose che comunque servono a forgiare la propria esperienza e far in modo che magari non si riverifichino situazioni simili.
Un po’ come il bambino quando si scotta sa che poi la manina vicino alla fonte di calore non la deve più mettere; meglio non arrivarci, però, alla scottatura!
– Veniamo al punto cruciale. Cosa può essere andato storto?
In quell’ immersione è sicuramente andata storta più di qualcosa. Non conosco personalmente i componenti del team coinvolto nel gravissimo incidente, ma la fama di alcuni componenti si. Sicuramente alcuni di loro erano esperti . Per esperti intendo che al loro attivo avevano molte immersioni. Ma l’ esperienza, sottolineo, è relativa e non esula da incidenti anche gravi, se ti immergi per la prima volta in un fondale nuovo. Non sono a conoscenza se le vittime fossero esperte di immersioni profonde e di immersioni in ambienti ostruiti. Poi, c’è l’ inadeguatezza delle attrezzature utilizzate.
Come spiegato dai tre subacquei tecnici Finlandesi che hanno effettuato il recupero, i 5 indossavano attrezzature ricreative non atte ad immersioni profonde (monobombola da 12 lt che generalmemte viene caricata a 200/250 bar (atmosfere) il che significa che la loro scorta d’aria non era sufficiente per quel tipo d’immersione. Le correnti marine non erano cosi forti da “risucchiare” i sub all’interno ma il sedimento depositato all’interno della 2ª camera può aver reso il fondale disorientante per i subacquei che potrebbero, erroneamente, aver imboccato il cunicolo errato che li ha condotti in quella che poi è diventata la loro gabbia non avendo via di fuga. Considerata poi la poca riserva d’aria nelle loro bombole hanno fatto una fine atroce. Uno di loro è riuscito a trovare l’uscita ma non è arrivato alla fine della grotta e. anche se lo avesse fatto, non avrebbe avuto comunque aria sufficiente per riemergere vivo.
– Ci spieghi, in breve, l’ attrezzatura che serve per scendere oltre i 40 metri?
Per le immersioni dai 18 ai 40 metri , il limite delle immersioni ricreative) noi già dal 2° livello di apprendiimento spieghiamo l’utilizzo di due erogatori separati collegati a due rubinetti della bombola, così in caso di guasto ad uno il secondo funziona. Loro a quanto pare avevano “octopus” ovvero un unico erogatore collegato ad un unico rubietto.
Nelle immersioni tecniche al di sotto dei 40 metri, l’ attrezzatura e la sua configurazione sono diverse. Sicuramente più ridondante, passami il termine, rispetto a quella utilizzata per le immersioni ricreative. Generalmente si utilizzano 2 bombole connesse tra loro sulla schiena (o anche ai fianchi in configurazione “side-mount” o all’inglese più indicata in grotta con passaggi stretti) caricate con una miscela di gas (trimix) dove l’Azoto viene combinato o sostituto da Elio (per evitare effetto narcotico del primo) e una o due bombole di “stage” utilizzate per la decompressione caricate con aria arricchita con percentuale di ossigeno al 50% (anziché 21% dell’aria che generalmente respiriamo) che utilizzeremo dai 21 metri in su, a tappe di 3 metri in 3 metri e una caricata ad ossigeno puro (99%) respirabile nelle ultime due tappe dai -6 ai – 3. Questo permette di eliminare più velocemente il carico di azoto disciolto nei nostri tessuti. Altrimenti si usano macchine dove il gas espirato viene riutilizzato e diluito con il gas necessario ed in percentuale adatta alla profondità di utilizzo: i così detti rebreather (come quelli del team di recupero) che permettono anche tempi più lunghi e fonte di gas quasi inesauribile. Oltre alla configurazione succitata si utilizzano per esplorazioni di zone ampie scooters subacquei (una specie di siluro con elica che con la sua propulsione ci consente di percorrere lunghe distanze senza fatica) e il “filo d’arianna” (una sagola fissata all’imboccatura della grotta, che viene svolta durante il percorso per ritrovare poi l’uscita con facilità anche in caso di scarsa o nulla visibilità).
– Per chi, come me, non è del settore, è incredibile come possano aver perso la vita in un modo così atroce dei sub esperti.
Purtroppo solo le vittime resteranno le uniche detentrici della verità assoluta in merito a ciò che è successo. Certamente una serie di errori fatali si sono concatenati , sfociando in una tragedia e, dalla strumemtazione rinvenuta, dalle GoPro, ai computer subacquei, passando per le analisi della miscela respiratoria, si potranno ricomporre i tasselli per un quadro più completo.
-Hai fornito spiegazioni chiare ed esaustive per i nostri lettori. Ti ringrazio e ti auguro, semmai ce ne fosse bisogno, un proseguo sempre brillante nel tuo percorso professionale.
Tragedia alle Maldive, ne parla il responsabile regionale ASISUB Manuel Ianesi
