Nell’ospedale di Gemona chiuso il primo intervento e altri reparti, flash mob di protesta: “Stufi di essere trattati da territorio di serie B”

Le chiusure dell’ospedale di Gemona, divenuto struttura Covid.

Si sono ritrovati fuori dall’ospedale di Gemona, per dire “no” a ulteriori penalizzazioni del San Michele. Ma anche per chiedere di riaprire tutte le strutture interne al presidio chiuse di recente, per evitare di gravare sulle altre strutture sanitarie, da Tolmezzo a Udine, fino a San Daniele. Dopo la parziale trasformazione dell’ospedale, che ora mette a disposizione 34 posti letto per i pazienti positivi al Covid, e la chiusura del punto di primo intervento, i cittadini hanno fatto sentire la loro voce.

Esponenti del Comitato San Michele e del gruppo Facebook “Io voglio l’ospedale a Gemona” si sono radunati questa mattina in piazzale Rodolone. Una ventina i protagonisti di questa protesta silenziosa, condita da alcuni striscioni: “Certamente non eravamo in tanti – dice Claudio Polano, uno dei promotori – ma la paura del Covid ha spinto più di qualcuno a non venire. Non soltanto: c’è stato anche qualche gioco sporco volto a boicottare la nostra iniziativa. In ogni caso, siamo contenti per questo piccolo presidio simbolico: è un primo passo, ne seguiranno altri”.

Chiara la posizione alla base della protesta. “Chiediamo al presidente Fedriga l’impegno di far riaprire al più presto il punto di primo intervento al San Michele e di far ripristinare tutti gli ambulatori già presenti – spiegano i due sodalizi -. La “sospensione” del punto di primo intervento, come quella della Radiologia per gli esterni, del Day Surgery chirurgico, che era appena ripartito e la riduzione dei posti letto nella Rsa, creano gravi disagi all’utenza di un vasto territorio, che ora va a gravare su altre strutture, già oberate di lavoro”. Basta, quindi, con le penalizzazioni. “L’emergenza non deve decretare, aldilà delle promesse della politica, la fine di questa struttura ospedaliera nata nel 1259 grazie a un lascito del nobile Rodolone, come voleva la Serracchiani, che con la sua legge di riforma intendeva trasformarlo in un poliambulatorio/cronicario. Ci siamo nuovamente ritrovati davanti al San Michele, luogo simbolo delle nostre ventennali battaglie, civilmente e nel rispetto delle norme anti Covid, anche perché il promesso reparto di riabilitazione cardiologica e neurologica, succursale del Gervasutta, non è mai andato oltre un datato schemino sulla carta”.

La chiusura, seppur temporanea delle Medicine, Chirurgia e Ortopedia di San Daniele per il contagio del personale e dei degenti, lascia attivo a nord di Udine un solo ospedale, quello di Tolmezzo, con tutto quello che ciò comporta. “È una dimostrazione palese che anche l’ultima recente riforma sanitaria approvata dal centrodestra dovrà essere rimodulata, alla luce di quanto sta succedendo e potrà ancora succedere, in particolare per quanto riguarda i nosocomi dell’Asufc e il ruolo che dovrà riassumere il nostro ospedale. Il Comitato San Michele e il Gruppo “Io voglio l’Ospedale a Gemona” – precisano – sono consci del momento difficile che stiamo vivendo e non contestano la creazione di un reparto Covid a Gemona, in un piano dell’ospedale che era vuoto, ma non possono non sottolineare che non ci possono essere territori di serie A e territori di serie B, a cui sottrarre anche le poche risorse di cui dispongono, come in questo caso. Territori montani e pedemontani, con la popolazione più vecchia della Regione. La mancanza di personale sanitario, che si trascina da molti anni, deve essere risolta in altro modo, senza togliere a questi territori anche le poche funzioni e servizi di cui disponevano prima della pandemia”.

Soluzioni, secondo i promotori della protesta odierna, che spettano alla politica, nazionale e regionale, con scelte rimandate da molti anni. “La gente indignata vuole risposte puntuali e precise e la prova è il gran numero di persone che hanno aderito a una petizione in tal senso, avviata da un gruppo di cittadini del Gemonese. Confidiamo – concludono i manifestanti – che la pandemia si risolva con l’arrivo del preannunciato vaccino, chiedendo nel contempo ai nostri politici, sindaci e amministratori comunali di iniziare un ragionamento nuovo in tema sanità, un vero colpo d’ala, che messo finalmente da parte lo storico campanilismo fra territori, dia una risposta complessiva ai problemi di salute di tutta la popolazione dell’Alto Friuli”.

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