Dopo l’attacco degli Houthi, l’Arabia Saudita cede all’Iran per ottenere una tregua e una mediazione

La posizione saudita è passata dall’imposizione di condizioni agli Houthi alla ricerca di una mediazione per calmare la situazione e fermare l’escalation militare. Il cambio di rotta è arrivato dopo che il territorio del Regno è stato colpito e diversi siti vitali sono stati attaccati, con ripercussioni negative su molti aspetti della vita nel Paese.

L’Arabia Saudita è intervenuta in Yemen alleandosi con il governo e opponendosi alla richiesta del popolo del Sud di riottenere l’indipendenza. Riad ha schierato le proprie forze nel Sud, le stesse che sono state sconfitte dagli Houthi, i quali hanno preso il controllo della costa occidentale yemenita affacciata sullo stretto di Bab el-Mandeb.

Con il fallimento saudita nella gestione del dossier yemenita, gli stessi Houthi sono diventati la principale minaccia per il Regno. Hanno colpito aeroporti, città e infrastrutture vitali in Arabia Saudita, in risposta all’intervento saudita in Yemen e ai tentativi di Riad di imporre il proprio controllo in aree al di fuori del suo territorio.

La ricerca di una tregua

I fallimenti militari sauditi si sono ripetuti nel tentativo di piegare gli Houthi con duri attacchi contro le loro postazioni in Yemen. Riad non è riuscita a individuare obiettivi militari e strategici di rilievo da colpire con l’aviazione e alla fine ha deciso di cercare una de-escalation.

A metà ottobre, il viceministro degli Esteri saudita per la diplomazia pubblica, Raed Krimly, aveva accusato Teheran di armare gli Houthi e l’aveva ritenuta responsabile dell’espansione del gruppo yemenita che minaccia il territorio saudita. Nonostante queste dichiarazioni, l’Arabia Saudita si è rivolta all’Iran per chiedere una mediazione.

In dichiarazioni all’agenzia Associated Press, Krimly aveva affermato che l’Arabia Saudita aveva proposto un incontro con gli Houthi in Oman per risolvere le divergenze e porre fine all’escalation, ma il gruppo aveva rifiutato. Krimly aveva quindi accusato direttamente l’Iran di sostenere il gruppo, considerato di fatto il principale braccio militare di Teheran nella regione.

Il 15 ottobre Krimly aveva smentito che l’Arabia Saudita avesse chiesto all’Iran di intervenire come mediatore per una tregua. Tuttavia, lunedì 26 ottobre Riad ha inviato a Teheran il ministro della Difesa, il principe Khalid bin Salman, per avviare consultazioni sulla riduzione delle tensioni nella regione e privilegiare soluzioni diplomatiche.

In un comunicato, il ministero degli Esteri saudita ha dichiarato che la visita a Teheran mira a sottolineare «l’importanza di aprire canali di negoziato per evitare il ritorno dell’escalation militare nella regione, in vista del raggiungimento di un accordo che ponga fine alla crisi e garantisca la sicurezza e la pace nella regione e nel mondo».

All’incontro di Teheran, oltre al ministro della Difesa saudita, hanno partecipato il capo di stato maggiore dell’esercito pakistano, il feldmaresciallo Asim Munir, e il capo dell’intelligence turca, Ibrahim Kalin. Lo ha annunciato in un post su X Raed Krimly, sottosegretario del ministero degli Esteri saudita.

Ali Bagheri Kani, vicesegretario del Consiglio supremo di sicurezza nazionale iraniano, aveva annunciato che alti funzionari di Arabia Saudita, Pakistan e Turchia si sarebbero recati a Teheran per partecipare a una riunione congiunta volta a rafforzare la sicurezza interna della regione.

Riad è consapevole che una tregua e la ricerca di una mediazione, anche se iraniana, sono diventate una necessità urgente. Gli Houthi hanno intensificato gli attacchi contro il territorio saudita e la deterrenza militare non è riuscita a piegarli né a costringerli a fermarsi. Questa scelta, però, potrebbe comportare costi politici e di sicurezza nella regione che Riad in passato non avrebbe accettato.

L’incapacità di deterrenza militare

Secondo le stime dell’Istituto internazionale di ricerca sulla pace di Stoccolma (SIPRI), nel suo rapporto sulla spesa militare del 2025, l’Arabia Saudita ha speso circa 83,2 miliardi di dollari per sostenere il proprio arsenale militare.

Il rapporto indica che l’Arabia Saudita si è classificata all’ottavo posto al mondo per spesa militare, con un aumento dell’1,4% rispetto al 2024, pari al 6,5% del prodotto interno lordo.

Nonostante ciò, l’Arabia Saudita non ha mostrato capacità militari all’altezza di questa enorme spesa di fronte alle milizie Houthi, che hanno lanciato attacchi con droni e missili balistici contro il suo territorio. Riad è stata così costretta a ricorrere alla diplomazia e alla mediazione, anche attraverso un’altra parte che aveva attaccato il suo territorio: l’Iran, che in passato aveva lanciato attacchi missilistici e balistici contro siti petroliferi e infrastrutture vitali in Arabia Saudita, prima che l’escalation regionale si fermasse.

L’Arabia Saudita conduce costantemente raid aerei su obiettivi in Yemen contro gli Houthi. In precedenza aveva colpito anche le forze del Sud, impegnate in una missione per dare la caccia ai terroristi che collaboravano con gli Houthi e ai membri di al-Qaeda e dell’Isis. Queste forze hanno subito attacchi sauditi e minacce da parte di Riad e delle sue forze in Yemen.

Successivamente si sono ritirate anche le forze sostenute dagli Emirati nel sud dello Yemen, su richiesta saudita al governo yemenita. Il ritiro delle forze emiratine dal Sud ha offerto un’opportunità agli Houthi, perché ha lasciato scoperto il fianco meridionale dell’Arabia Saudita. Il Sud è così diventato una piattaforma per gli attacchi contro il territorio del Regno.