Tumore al fegato, a Trieste una nuova ricerca per capire perché le terapie perdono efficacia

Capire perché alcuni tumori del fegato non rispondono alle cure o diventano resistenti ai farmaci, con l’obiettivo di individuare nuovi strumenti per rendere le terapie più efficaci e personalizzate. È questa la sfida del progetto MIRA-HCC, una nuova iniziativa di ricerca della Fondazione Italiana Fegato (FIF) ETS, sostenuta dalla Fondazione CRTrieste, che prenderà il via a gennaio 2027.

Il progetto, denominato Marcatori Integrati della Risposta Terapeutica nell’Epatocarcinoma, avrà una durata di 12 mesi e sarà sviluppato nei laboratori della Fondazione Italiana Fegato, all’interno di AREA Science Park a Trieste. Al centro dello studio ci saranno i meccanismi molecolari che permettono alle cellule tumorali di resistere ai trattamenti e la ricerca di nuovi biomarcatori capaci, in futuro, di aiutare i medici a scegliere le terapie più adatte a ciascun paziente.

Perché alcuni tumori del fegato resistono alle cure

L’epatocarcinoma, la forma più comune di tumore primitivo del fegato, rappresenta ancora oggi una delle principali sfide dell’oncologia. La malattia si sviluppa soprattutto nelle persone affette da patologie epatiche croniche, come epatiti virali, cirrosi e malattie metaboliche. A complicare il quadro sono spesso la diagnosi tardiva e le difficoltà nel trattamento delle forme più avanzate.

“Il tumore del fegato rappresenta una sfida importante per la sanità pubblica, sia in Italia sia in Friuli Venezia Giulia”, spiega Caecilia Sukowati, Senior Scientist della Fondazione Italiana Fegato e responsabile del progetto. “Nonostante i progressi terapeutici degli ultimi anni, molti pazienti non rispondono adeguatamente ai trattamenti disponibili oppure sviluppano resistenza nel corso della terapia, con conseguente progressione della malattia. Questa situazione evidenzia l’urgenza di identificare biomarcatori in grado di prevedere la risposta ai farmaci, per orientare in futuro le scelte terapeutiche, ridurre il ricorso a trattamenti potenzialmente inefficaci e migliorare la gestione dei pazienti”.

La ricerca nei laboratori di Trieste

Per comprendere meglio questi fenomeni, i ricercatori utilizzeranno analisi bioinformatiche e studi sperimentali su modelli cellulari di tumore del fegato, confrontando cellule sensibili ai farmaci con altre che hanno sviluppato resistenza. L’obiettivo sarà individuare le differenze molecolari che influenzano la risposta ai trattamenti. “I ricercatori studieranno le alterazioni molecolari associate alla resistenza terapeutica, con particolare attenzione ai meccanismi che permettono alle cellule tumorali di sopravvivere e adattarsi ai trattamenti”, chiarisce Sukowati.

Attraverso ulteriori studi, il team approfondirà anche il ruolo di specifici geni e processi biologici che potrebbero contribuire alla perdita di efficacia delle terapie. I risultati ottenuti potranno successivamente essere sottoposti a validazione su campioni biologici umani, un passaggio necessario per verificare la possibile applicazione delle scoperte in ambito clinico.

La prospettiva è quella di identificare nuovi biomarcatori molecolari, ovvero indicatori biologici che potrebbero aiutare a prevedere quali pazienti abbiano maggiori probabilità di rispondere a un determinato trattamento. La ricerca potrebbe inoltre contribuire a individuare nuovi bersagli terapeutici, aprendo ulteriori possibilità per lo sviluppo di farmaci.

Verso cure più personalizzate e mirate

La resistenza ai trattamenti oncologici non ha conseguenze soltanto sull’evoluzione della malattia, ma anche sulla qualità della vita dei pazienti e sull’organizzazione dell’assistenza sanitaria. Una terapia che non produce i risultati sperati può comportare nuovi accertamenti, ulteriori controlli e la necessità di modificare il percorso di cura.

Individuare in anticipo i pazienti che potrebbero non beneficiare di determinati farmaci permetterebbe quindi di evitare trattamenti potenzialmente inefficaci e di utilizzare in modo più mirato le risorse disponibili. “La possibilità di identificare precocemente i pazienti che potrebbero non rispondere a determinati trattamenti rappresenterebbe quindi un importante passo avanti verso una gestione clinica più mirata ed efficiente, contribuendo a limitare l’utilizzo di terapie potenzialmente inefficaci e a ottimizzare le strategie di cura”, sottolinea Claudio Tiribelli, presidente della Fondazione Italiana Fegato.

“MIRA-HCC si propone di contribuire a questo percorso, generando nuove conoscenze sui meccanismi biologici della resistenza e creando le premesse per lo sviluppo futuro di strumenti utili alla medicina personalizzata”. Il progetto rappresenta così un nuovo investimento nella ricerca scientifica sviluppata a Trieste, con l’obiettivo di gettare le basi per una medicina di precisione sempre più capace di adattare le strategie terapeutiche alle caratteristiche molecolari del singolo tumore. Un percorso ancora sperimentale, ma potenzialmente importante per migliorare in futuro le possibilità di cura dei pazienti affetti da epatocarcinoma.