Ripudia la moglie in Pakistan e chiede di far riconoscere il divorzio: il Comune dice no

Ha chiesto al Comune di Monfalcone di trascrivere un certificato di divorzio ottenuto in Pakistan attraverso il talaq, la pratica di ripudio unilaterale della moglie. L’istanza, presentata da un cittadino italiano di origine pakistana, è stata respinta dagli uffici comunali, che l’hanno ritenuta contraria ai principi dell’ordinamento italiano.

La vicenda è stata raccontata oggi dal quotidiano La Verità e ha provocato l’intervento dell’europarlamentare della Lega Anna Maria Cisint.

Il divorzio ottenuto in Pakistan

Al centro del caso c’è un certificato di divorzio ottenuto in Pakistan attraverso il talaq, una procedura che consente al marito di pronunciare unilateralmente il ripudio della moglie. Il cittadino ha quindi chiesto che l’atto venisse trascritto anche in Italia.

Il Comune di Monfalcone ha però respinto la richiesta, ritenendo che il riconoscimento dell’atto fosse incompatibile con i principi dell’ordinamento italiano. La vicenda richiama anche un precedente giudiziario. Il 24 maggio 2008 la Corte d’Appello di Cagliari dispose infatti la trascrizione in Italia di un provvedimento egiziano di divorzio riconducibile al ripudio.

L’intervento di Anna Maria Cisint

Sul caso è intervenuta Anna Maria Cisint, europarlamentare della Lega, che ha criticato la richiesta presentata a Monfalcone e il precedente giudiziario del 2008.

Bastano tre parole per ottenere in quei Paesi islamici il ripudio della moglie: talaq, talaq, talaq. Quest’uomo pretendeva che una pratica fondata sulla Sharia venisse riconosciuta anche a Monfalcone e in Italia, ma ha trovato la porta chiusa. Qui si applicano le leggi italiane, non la Sharia“, afferma Cisint.

L’europarlamentare contesta quindi il carattere unilaterale del ripudio: “Con il ripudio la donna viene privata di ogni possibilità di scelta: decide l’uomo, unilateralmente. Ed è ancora più grave che in passato persino una Corte d’Appello italiana abbia riconosciuto effetti a una pratica che consideriamo barbara e lesiva della dignità e dei diritti della donna”.

La richiesta sulla cittadinanza

Cisint collega la vicenda anche al tema dell’integrazione e della cittadinanza italiana. “A chi continua a parlare di integrazione dando sempre la colpa agli italiani rispondiamo con i fatti: i nostri valori, le nostre leggi e il rispetto della dignità della donna non si negoziano“, sostiene.

Quanto al cittadino coinvolto nel caso, l’europarlamentare afferma: “Quanto al cittadino pakistano, riteniamo inaccettabile che chi pretende di far riconoscere nel nostro Paese pratiche di questo tipo abbia ottenuto la cittadinanza italiana. A nostro avviso gli deve essere revocata, come previsto dalla nostra proposta di legge”.

La presa di posizione si chiude con un ulteriore richiamo all’ordinamento italiano: “In Italia non c’è spazio per la Sharia: la legge è una sola ed è quella italiana“.