Una richiesta di condanna all’ergastolo e tre pene a 17 anni e mezzo di carcere. È la richiesta avanzata dal procuratore aggiunto di Roma Sergio Colaiocco nei confronti dei quattro agenti dei servizi segreti egiziani accusati del sequestro, tortura e omicidio di Giulio Regeni, il ricercatore friulano ucciso al Cairo nel 2016.
La requisitoria, durata quasi sette ore, ha ripercorso dieci anni di indagini tra depistaggi, omissioni e mancata collaborazione da parte delle autorità egiziane.
La requisitoria: “Un’agonia senza fine”
Nell’aula bunker di Rebibbia sono stati illustrati gli elementi raccolti dalla Procura, comprese le immagini della Tac eseguita sul corpo del giovane ricercatore. “Un’agonia senza fine”, ha dichiarato Colaiocco, ricostruendo una sequenza di violenze protratte per giorni. Secondo l’accusa, Regeni sarebbe stato interrogato, picchiato e sottoposto a torture ripetute nel corso dei sette giorni di sequestro, tra il 25 gennaio e il 1 febbraio 2016.
La Procura ha evidenziato una forte discrepanza tra le conclusioni dei medici legali egiziani e quelle degli accertamenti svolti in Italia. I primi avrebbero rilevato una sola frattura al braccio destro, mentre l’autopsia italiana ha documentato circa venti lesioni, tra cui cinque ai denti e quindici alle ossa. Per l’accusa si tratta della prova di un “accanimento sistematico”, con lesioni inflitte in momenti diversi durante il periodo di detenzione.
“Un corpo spezzato dal dolore”
Nel corso della requisitoria, il procuratore ha sottolineato la brutalità del trattamento subito dal ricercatore. “Giulio è stato torturato ripetutamente, senza sedazione, senza alcun sollievo”, ha affermato Colaiocco, descrivendo il corpo della vittima come “spezzato dal dolore” e frutto di una “metodica di annientamento”. Secondo la Procura, infatti, le immagini radiologiche mostrano un quadro compatibile con torture prolungate e non con un singolo episodio di violenza.
Il rappresentante dell’accusa ha inoltre evidenziato la responsabilità degli apparati statali egiziani, accusati di aver ostacolato le indagini. “Il regime egiziano ha scelto di proteggere gli aguzzini”, ha dichiarato Colaiocco, sottolineando come il caso Regeni si inserisca in un contesto di depistaggi e mancate collaborazioni istituzionali. Secondo la Procura, gli agenti imputati avrebbero agito nell’ambito delle strutture di sicurezza dello Stato.
Il processo Regeni “contro il silenzio e la menzogna”
Nel tratto finale della requisitoria, il procuratore ha definito il processo come un atto di resistenza giudiziaria contro omissioni e ostacoli investigativi. “È stato un processo contro il silenzio, contro chi non voleva collaborare e contro le ricostruzioni artefatte”, ha affermato Colaiocco, richiamando il lungo lavoro investigativo durato dieci anni.
