Un giro d’affari che si attesta a oltre 1,2 miliardi, eppure è uno dei dati più bassi in Italia: a tanto ammonta il valore di lavoro nero e caporalato in Friuli Venezia Giulia che nella classifica generale si piazza comunque tra le regioni più virtuose.
L’economia sommersa continua infatti a rappresentare una realtà strutturale in Italia, con pesanti ricadute sul piano sociale, tributario e contributivo. Secondo l’analisi dell’Ufficio studi della CGIA di Mestre su dati Istat, il volume d’affari complessivo generato a livello nazionale sfiora i 77,1 miliardi di euro all’anno, per un totale di oltre 2,6 milioni di occupati irregolari.
Un fenomeno economico di dimensioni rilevanti che, sebbene registri le sue massime storiche e concentrazioni nel Mezzogiorno, mostra una diffusione preoccupante anche nel resto del Paese.
I numeri del sommerso in Friuli Venezia Giulia
Nel panorama nazionale, il Friuli Venezia Giulia si distingue per indicatori stabilmente inferiori rispetto ai dati medi italiani. In regione si stimano 40.600 occupati irregolari, che determinano un tasso di irregolarità (ovvero il rapporto tra il numero di lavoratori irregolari e il totale degli occupati regionali) pari al 7,4 per cento, a fronte di una media nazionale del 10 per cento.
La propensione al nero della regione, misurata come l’incidenza percentuale del valore aggiunto da lavoro irregolare sul valore aggiunto totale del territorio, si attesta invece al 3,2 per cento. Questo tasso è identico a quello registrato in Emilia Romagna e nella Provincia Autonoma di Trento, e risulta un punto percentuale al di sotto del dato medio nazionale (4 per cento). In termini economici assoluti, la ricchezza prodotta illegalmente attraverso il sommerso in Friuli Venezia Giulia ammonta a 1.280 milioni di euro.
Il confronto nazionale: il Friuli Venezia Giulia tra le regioni più virtuose
Il divario territoriale tra le diverse aree del Paese resta profondo. Il Mezzogiorno accentra oltre un terzo della ricchezza prodotta irregolarmente (35,7 per cento, pari a 27,5 miliardi di euro) e il 37,5 per cento degli occupati irregolari totali (979.500 unità). Nel Nordest, l’area geografica in cui è inserito il Friuli Venezia Giulia, i lavoratori non regolari sono complessivamente 422.800, per un valore aggiunto prodotto di 13,7 miliardi di euro.
Prendendo come riferimento il tasso di irregolarità dei lavoratori, la mappa del lavoro nero tracciata dalla CGIA mostra la distanza tra i territori più colpiti e quelli in cui il fenomeno è maggiormente contenuto.
Le peggiori tre regioni per tasso di irregolarità sono:
- Calabria: 17,9 per cento (con una propensione al nero dell’8,3 per cento e 2,9 miliardi di euro generati)
- Campania: 14,4 per cento (con una propensione al nero del 7,0 per cento e 8,3 miliardi di euro generati)
- Sicilia: 14,0 per cento (con una propensione al nero del 6,4 per cento e 6,1 miliardi di euro generati)
Al contrario, le migliori tre regioni che registrano la minore incidenza di lavoratori irregolari sono:
- Provincia Autonoma di Bolzano: 6,9% per cento (con una propensione al nero del 2,9 per cento e 852 milioni di euro generati)
- Veneto: 7,2 per cento (con una propensione al nero del 3,0 per cento e 5,2 miliardi di euro generati)
- Friuli Venezia Giulia: 7,4 per cento (con una propensione al nero del 3,2 per cento e 1,2 miliardi di euro generati)
Il Friuli Venezia Giulia si colloca quindi al secondo posto assoluto tra i territori più presidiati e con la minor quota di lavoro non regolare in Italia.
L’identikit del lavoro nero: i settori più a rischio
A livello nazionale, la distribuzione dei 2,6 milioni di lavoratori irregolari si concentra principalmente in comparti specifici, caratterizzati da un’elevata intensità di manodopera o da una strutturale complessità nei controlli. Il record negativo appartiene ai servizi alle persone e alle attività delle famiglie come datori di lavoro (colf e badanti): in questo comparto operano poco più di 615.000 irregolari, generando un tasso di irregolarità del 48,8 per cento.
Gli altri settori economici maggiormente colpiti dal sommerso sono l’agricoltura, la silvicoltura e la pesca, che contano 196.100 persone irregolari e un tasso del 20,8 per cento, seguiti dalle attività artistiche, di intrattenimento e altri servizi con 225.300 lavoratori non in regola e un tasso del 20,3 per cento. Le strutture di alloggio e ristorazione registrano invece 261.200 irregolari (tasso al 14,4 per cento), mentre l’edilizia e le costruzioni si attestano a 210.000 unità (tasso all’11,8 per cento).
In fondo alla classifica settoriale, le attività con i tassi di irregolarità più bassi risultano l’industria estrattiva (600 irregolari e tasso al 3,3 per cento) e il comparto di energia elettrica, gas, acqua e rifiuti (9.600 lavoratori irregolari e tasso al 2,9 per cento).
L’evoluzione del caporalato, tra filiera alimentare e algoritmi digitali
Il fenomeno del lavoro nero si intreccia storicamente con la piaga del caporalato e dello sfruttamento lavorativo, situazioni che danneggiano i soggetti più vulnerabili (come persone in povertà estrema, immigrati e donne) e alterano la concorrenza a danno delle imprese oneste.
Sebbene le cronache giudiziarie colleghino spesso tali dinamiche a precise aree del Mezzogiorno – come l’Agro Pontino, l’Agro nocerino-sarnese, Villa Literno, la Capitanata o la Piana di Gioia Tauro – le indagini delle forze dell’ordine hanno accertato da almeno vent’anni decine di casi anche nelle aree agricole del Nord, nello specifico in Piemonte, Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna.
Oggi il fenomeno mostra inoltre nuove modalità operative legate alla tecnologia. Accanto al caporalato tradizionale in agricoltura ed edilizia, emerge il cosiddetto “caporalato digitale”, dove il ruolo dell’intermediario viene preso da piattaforme informatiche e algoritmi che monitorano le prestazioni e determinano l’accesso o l’esclusione dal lavoro, come accade nel settore dei rider.
