Vajont, progetto per una nuova centrale idroelettrica nei luoghi della tragedia

Presentato un progetto per una centrale idroelettrica sul Vajont.

Una nuova centrale idroelettrica per sfruttare le acque del Vajont. È questo il progetto presentato dalla società sacilese Welly Red srl, depositato lo scorso 12 dicembre alla Regione Friuli Venezia Giulia per la verifica di assoggettabilità alla procedura di Valutazione di impatto ambientale (Via). L’iter si trova attualmente in fase preliminare e dovrà stabilire se l’intervento sarà sottoposto alla procedura completa di valutazione.

Come funzionerebbe l’impianto

Nel dettaglio, l’iniziativa prevede la realizzazione di una centrale in grado di sfruttare le portate già in transito nella galleria di scarico del cosiddetto “lago residuo C”, il bacino formatosi dopo la frana del Monte Toc.

L’acqua verrebbe intercettata poco prima dello sbocco della galleria, convogliata attraverso una condotta inserita in un pozzo verticale e quindi utilizzata per alimentare le turbine collocate in una centrale realizzata in caverna, alla base della forra del Vajont. Dopo la produzione di energia, la risorsa idrica verrebbe restituita nello stesso tratto del torrente, senza generare tratti in secca.

La potenza nominale prevista è di circa 1,8 megawatt, con una produzione annua stimata in oltre 13 gigawattora. Numeri che collocano l’impianto tra le centrali di piccola-media taglia, ma comunque in grado di garantire un contributo significativo alla produzione di energia rinnovabile sul territorio.

Un progetto che riapre una pagina delicata

L’area interessata è quella della diga del Vajont, teatro della tragedia del 9 ottobre 1963. In quella triste data, una frana di circa 260 milioni di metri cubi di roccia e fango si staccò dal Monte Toc e precipitò nel bacino sottostante, generando un’onda di circa 250 metri che spazzò via interi centri abitati, tra cui Erto e Casso e Longarone, provocando quasi duemila vittime.

Il nuovo progetto è di fatto “erede” di un’analoga proposta risalente al 1996, che non vide mai la luce anche a causa delle forti resistenze espresse dalle comunità locali, ancora profondamente segnate dalla tragedia. Proprio per questo, l’iniziativa potrebbe riaccendere un dibattito che intreccia memoria, tutela ambientale e sviluppo energetico.

I costi e il ritorno economico

Il computo metrico estimativo quantifica in circa 12 milioni di euro il costo complessivo dell’opera. Sulla base della producibilità stimata, il rientro economico atteso sarebbe pari a circa 1.662.500 euro all’anno.

Si tratta ora di capire quale sarà l’esito della fase di verifica regionale e quali osservazioni emergeranno da parte degli enti coinvolti e delle comunità del territorio. In un’area simbolo della memoria collettiva del Friuli e del Veneto, ogni intervento infrastrutturale è destinato inevitabilmente a confrontarsi non solo con gli aspetti tecnici ed economici, ma anche con un patrimonio storico e umano che continua a rappresentare una ferita aperta.