Sotto la cascata c’è un mondo nascosto ancora da scoprire: il Fontanon di Goriuda su Rai 1

Per chi lo guarda dalla strada, è soprattutto una cascata spettacolare. Ma sotto il Fontanon di Goriuda si apre un mondo fatto di sifoni, gallerie, acqua e buio, esplorato per 25 anni dagli speleologi del Club Alpinistico Triestino. Una storia fatta di immersioni e risalite, ma anche di scoperte che hanno cambiato la conoscenza della cavità. Ora quella storia arriva anche in televisione: una troupe della Rai ha seguito gli speleologi del CAT all’interno della montagna e le immagini saranno trasmesse in autunno, all’interno di “Linea Bianca” su Rai 1.

Venticinque anni di esplorazioni

Il quarto di secolo di attività è stato celebrato proprio nel luogo dove si è concentrata questa lunga avventura, nel cuore della Val Raccolana, davanti e dentro una delle più importanti risorgenze delle Alpi Giulie.

All’uscita hanno partecipato gli speleologi del Club Alpinistico Triestino, il presidente Franco Riosa e Duilio Cobol, speleosubacqueo che è stato protagonista di una parte fondamentale delle esplorazioni fin dagli inizi. È stato Cobol a organizzare l’uscita, mettendo a disposizione l’esperienza maturata in oltre 25 anni di attività al Goriuda.

Un anniversario che è diventato così l’occasione per ripercorrere una storia fatta di immersioni, rilievi, risalite, campi interni, corde, attrezzature e interminabili ore trascorse nel buio della montagna.

Dopo 150 metri, la grotta cambia volto

Il Fontanon di Goriuda è molto più della cascata che si vede all’esterno. È una poderosa risorgenza perenne attraverso la quale riaffiorano le acque del sovrastante massiccio del Canin.

La scheda del Catasto Speleologico Regionale la identifica con il numero 20 e colloca l’ingresso a 861 metri di quota. Lo sviluppo planimetrico catastato è di 767,6 metri, mentre il dislivello positivo raggiunge i 119 metri. La Regione Friuli Venezia Giulia lo ha inoltre classificato come geosito di interesse nazionale.

La parte più sorprendente, però, comincia dopo circa 150 metri dall’ingresso, quando un lago interrompe la progressione a piedi. Da lì bisogna ricorrere alle tecniche della speleosubacquea oppure utilizzare un canotto. È il punto in cui il paesaggio cambia completamente: acqua, sifoni, roccia e oscurità assoluta diventano l’ambiente nel quale gli speleologi devono muoversi.

La scoperta che ha aperto una nuova strada

La storia moderna delle esplorazioni del CAT al Goriuda affonda le radici nei primi anni Duemila, dopo l’incontro di sette speleosubacquei esperti durante Bora 2000, importante appuntamento internazionale della speleologia organizzato a Trieste.

Da quell’esperienza nacque la volontà di continuare a lavorare insieme e di utilizzare il Fontanon come ambiente nel quale sperimentare e affinare le tecniche di immersione. La svolta arrivò tra il 2008 e il 2009, quando gli speleosub del CAT riuscirono a individuare, al di sopra dei rami allora conosciuti, grandi gallerie fossili.

Gli ambienti raggiunti erano di dimensioni tali che, in una delle grandi gallerie, i fasci luminosi degli esploratori inizialmente non riuscivano nemmeno a illuminarne i limiti. Quella scoperta modificò la lettura della cavità. Quello che per anni era stato considerato il “terzo sifone” apparve infatti più simile a una sorta di vasca sospesa, mentre le antiche vie dell’acqua sembravano condurre verso livelli superiori. Da lì partirono nuove esplorazioni e risalite, con sviluppi verticali superiori ai 100 metri.

Un campo base nel cuore della montagna

Per proseguire il lavoro fu necessario organizzare un vero e proprio campo base sotterraneo. Nel 2008 le attività comprendevano già il ripristino di centinaia di metri di linea telefonica, la realizzazione di un campo interno e la sistemazione delle sagole e degli ancoraggi tra i diversi sifoni.

Il Goriuda, però, ha sempre imposto le proprie condizioni. Le piene periodiche hanno più volte danneggiato o distrutto le installazioni, obbligando gli speleologi a ricostruire ancoraggi, sostituire corde e ripristinare le vie di progressione. Ogni nuova esplorazione ha quindi richiesto preparazione tecnica, pazienza e determinazione.

Dal mondo delle esplorazioni al soccorso

In 25 anni il Fontanon è diventato anche un ambiente importante per il soccorso speleosubacqueo. La complessità dei percorsi e la presenza dei sifoni hanno permesso al Corpo Nazionale Soccorso Alpino e Speleologico di organizzare esercitazioni in condizioni particolarmente impegnative.

Nel 2018, per esempio, un’esercitazione nazionale speleosubacquea del CNSAS coinvolse 13 speleosubacquei e altri 7 tecnici, impegnati nel superamento di due sifoni e nella simulazione del soccorso di persone in difficoltà in profondità. Il Goriuda è diventato quindi anche un luogo nel quale sperimentare e verificare tecniche, procedure e capacità operative.

La speleosubacquea è un’attività ad alta complessità. Temperatura dell’acqua, oscurità, lunghi percorsi, gestione delle bombole e possibilità di un problema tecnico rendono ogni immersione particolarmente impegnativa. Gli speleologi devono lavorare con attrezzature ridondanti, linee di sicurezza e materiali di riserva, mantenendo sempre la possibilità di affrontare un eventuale guasto. È anche questo il mondo che il CAT ha voluto mostrare durante l’uscita per i 25 anni di esplorazioni.

Le telecamere della Rai dentro il Fontanon

A documentare la giornata c’era infatti una troupe della Rai, interessata a raccontare non soltanto la spettacolarità della cavità, ma anche la storia degli uomini che da decenni cercano di seguirne le prosecuzioni. La troupe è stata accompagnata all’interno del Fontanon dalle Guide Turistiche Speleologiche del Friuli Venezia Giulia, che hanno curato l’accompagnamento nell’ambiente ipogeo e il supporto necessario alle riprese.

Le immagini realizzate al Goriuda confluiranno in un servizio che sarà trasmesso in autunno all’interno di “Linea Bianca” su Rai 1. Sarà quindi la televisione a portare nelle case degli spettatori una realtà che normalmente rimane nascosta sotto la cascata: il lavoro degli speleologi, la complessità delle immersioni e la bellezza del mondo sotterraneo.

Quattro incognite ancora aperte

Nonostante 25 anni di esplorazioni, il Fontanon continua a lasciare domande senza risposta. Sono almeno quattro le grandi incognite sulle quali gli speleologi intendono tornare a lavorare. Una riguarda una difficile arrampicata di circa 40 metri sulla volta della galleria terminale; un’altra è una risalita meno impegnativa che potrebbe aprire una nuova prosecuzione.

Rimane poi da verificare un pozzo stimato in circa 5 metri, dal quale il rumore prodotto dalla caduta dei sassi potrebbe indicare la presenza di acqua. Ed è proprio l’eventuale presenza di un nuovo sifone, a una distanza così importante dall’ingresso, a rappresentare una delle prospettive più interessanti per le prossime esplorazioni.

E il Goriuda potrebbe non essere solo

C’è poi un’ipotesi ancora più ambiziosa: che il Fontanon faccia parte di un sistema carsico più ampio. Negli ultimi anni altri gruppi speleologici hanno esplorato settori dell’altopiano del Canin che sembrano avvicinarsi alle zone studiate dal CAT. Da qui la possibilità di un futuro collegamento tra sistemi carsici differenti.

Se l’ipotesi trovasse conferma, si aprirebbe un nuovo capitolo nello studio del carsismo del Canin e della circolazione delle acque sotterranee in uno dei territori carsici più importanti delle Alpi Giulie. Per il Club Alpinistico Triestino, dunque, i 25 anni non sono un punto d’arrivo. Sono una tappa di una ricerca che continua.

E mentre il Fontanon si prepara a comparire su Rai 1, gli speleologi guardano già alla prossima stagione di esplorazioni. Il prossimo inverno torneranno sulle quattro incognite ancora aperte, per provare a capire dove porta davvero l’acqua del Goriuda e cosa si nasconde oltre l’ultimo passaggio conosciuto.