Omicidio di Gemona, la difesa di Maylin: “Non può stare in cella, servono cure”

La detenzione in cella di Maylin Castro Monsalvo non è compatibile con la gravità del suo quadro psichiatrico: è questa la tesi centrale su cui si fonda l’appello presentato al Tribunale del Riesame di Trieste dai legali della trentunenne colombiana, accusata insieme alla suocera sessantaduenne Lorena Venier dell’omicidio e del vilipendio del cadavere di Alessandro Venier, consumato lo scorso 25 luglio nella villetta di Gemona.

Gli avvocati difensori Federica Tosel e Francesco De Carlo hanno chiesto ai giudici la scarcerazione dell’indagata, puntando all’affidamento in una struttura territoriale idonea o, in subordine, in una Residenza per l’esecuzione delle misure di sicurezza (Rems). La questione, in discussione oggi, è stata rinviata.

Il trasferimento e il ricovero d’urgenza

Fino al 31 gennaio, Maylin Castro è rimasta in un istituto a custodia attenuata per madri (Icam), ma quando la figlia ha compiuto un anno è stata trasferita nel carcere ordinario della Giudecca, trasferimento che, secondo la difesa, avrebbe causato un crollo della sua salute. Il 2 febbraio, un grave scompenso psichiatrico ha reso necessario il ricovero d’urgenza in ospedale, dove l’indagata si trova tuttora piantonata. Per i legali, il carcere ordinario non sarebbe in grado di gestire le condizioni della donna, anzi ne aggraverebbe lo stato.

La perizia psichiatrica della Procura

La Procura di Udine intanto prosegue sul binario tecnico. Il pubblico ministero Giorgio Milillo ha infatti affidato al dottor Francesco Piani una perizia psichiatrica estesa a entrambe le indagate. L’accertamento dovrà stabilire con chiarezza se Maylin e Lorena fossero capaci di intendere e di volere al momento del delitto e se possiedano attualmente la capacità di stare in giudizio, definendo così il perimetro del futuro processo.