Controlli al confine con Slovenia, l’Ue chiede lo stop ma l’Italia non ci sta

La Commissione europea rilancia l’obiettivo di tornare a uno spazio Schengen pienamente operativo, invitando gli Stati membri che hanno ripristinato controlli alle frontiere interne a programmare una graduale dismissione delle misure straordinarie. Un orientamento che riguarda diversi Paesi europei e che riporta al centro del dibattito il delicato equilibrio tra libera circolazione e sicurezza.

L’invito di Bruxelles, tuttavia, non sembra destinato a modificare nell’immediato la posizione del governo italiano, che considera i controlli lungo il confine orientale uno strumento ancora necessario per fronteggiare le minacce legate all’immigrazione irregolare e ai rischi per la sicurezza.

Dal modello Schengen alle nuove emergenze

Per decenni Schengen ha rappresentato uno dei simboli più concreti dell’integrazione europea. La possibilità di attraversare le frontiere senza controlli ha favorito mobilità, scambi economici e relazioni tra cittadini dei diversi Paesi aderenti.

Negli ultimi anni, però, le crescenti preoccupazioni legate ai flussi migratori, alle minacce terroristiche e alle crisi internazionali hanno spinto diversi governi a ricorrere nuovamente a strumenti che sembravano appartenere al passato. Tra questi c’è anche l’Italia, che nell’autunno del 2023 ha deciso di ripristinare i controlli lungo la frontiera con la Slovenia.

Perché Roma mantiene i controlli

La decisione iniziale era stata adottata in un contesto segnato dalle tensioni internazionali e alle preoccupazioni legate alla cosiddetta rotta balcanica. Da allora la misura è stata rinnovata più volte. Alla base delle proroghe, secondo il Ministero dell’Interno, vi sono diversi fattori: la pressione migratoria lungo i percorsi che attraversano i Balcani, il rischio di infiltrazioni criminali e terroristiche, l’attività delle reti di trafficanti di esseri umani e il rafforzamento delle misure di sicurezza richiesto dai grandi eventi internazionali che interesseranno l’Italia nei prossimi mesi.

I risultati rivendicati dal Viminale

Il governo difende la scelta facendo leva sui numeri raccolti in oltre due anni di attività lungo la frontiera orientale.

Secondo il bilancio illustrato dal ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, dall’avvio delle verifiche sono state 648 le persone arrestate, di cui 277 per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Nello stesso periodo le forze dell’ordine hanno effettuato controlli su larga scala che hanno portato a circa 1,5 milioni di persone identificate, 700.000 veicoli ispezionati e 11.000 cittadini stranieri irregolari rintracciati.

Secondo il Viminale, questi numeri rappresentano la misura dell’impegno operativo sul territorio e vengono indicati come prova dell’efficacia del dispositivo di sicurezza adottato lungo la frontiera orientale. Il governo ha inoltre ribadito l’intenzione di proseguire con le verifiche, considerate ancora necessarie per contrastare i flussi irregolari e le attività delle reti di traffico di esseri umani

Il richiamo di Bruxelles

La Commissione europea non mette in discussione la possibilità di introdurre controlli temporanei in presenza di situazioni eccezionali. Tuttavia, ricorda che tali misure devono restare limitate nel tempo e giustificate da esigenze concrete e proporzionate.

Per questo motivo l’esecutivo comunitario ha esaminato la situazione dei Paesi che mantengono controlli alle frontiere interne da lunghi periodi, invitandoli a valutare soluzioni alternative e a predisporre un percorso che conduca progressivamente al ritorno alla piena applicazione delle regole di Schengen. L’obiettivo dichiarato è ridurre l’impatto delle verifiche sui cittadini, sui lavoratori frontalieri e sulle attività economiche che dipendono dalla libera circolazione.