Il ritorno delle Province in Fvg è realtà: via libera nella notte, 10 anni dopo l’abolizione

L'Aula chiude i lavori

A un’ora dall’inizio del primo luglio, il Consiglio regionale del Friuli Venezia Giulia ha approvato il disegno di legge che segna il ritorno delle Province di Udine, Gorizia, Pordenone e Trieste, abolite nel 2016.

Il provvedimento ridisegna l’assetto delle autonomie locali e riporta al centro un livello di governo intermedio tra Regione e Comuni, aprendo una nuova fase istituzionale ancora tutta da definire nei dettagli operativi.

Il voto e gli equilibri in Aula

Il testo è passato con 26 voti favorevoli e 16 contrari. Il Centrodestra ha sostenuto la riforma in modo compatto, mentre il fronte delle opposizioni si è opposto insieme a Pd, M5S e parte del Patto per l’Autonomia. Tra i voti favorevoli si sono registrati anche alcuni consensi trasversali, tra cui quelli di Serena Pellegrino (Avs), Marko Pisani (Ssk) ed Enrico Bullian (indipendente del Patto per l’Autonomia-Civica Fvg).

Il confronto politico: le parole dei consiglieri

Il dibattito è stato acceso fin dalle prime battute. Furio Honsell (Open Sinistra Fvg) ha criticato duramente il provvedimento: “È un testo troppo generico sulle funzioni delle Province e lascia troppi punti irrisolti”. Rosaria Capozzi (M5S) ha parlato invece di una riforma incompleta: “Si tratta di un contenitore vuoto, con costi e competenze ancora poco chiari“.

Serena Pellegrino (Avs), pur dell’opposizione, ha difeso la scelta politica: “Non è un salto nel buio, ma una coerenza rispetto alla difesa delle Province. La sfida ora è costruire le leggi di attuazione”. Duro Massimo Moretuzzo (Patto per l’Autonomia-Civica Fvg), che ha parlato di un provvedimento imposto dall’alto e ha richiamato le tensioni politiche attorno alla riforma.

Nel dibattito è finita anche l’assenza del presidente Massimiliano Fedriga, criticata da più esponenti dell’opposizione. Una critica cui ha risposto l’assessore Pierpaolo Roberti: “La convocazione dell’Aula è stata decisa il 22 giugno, mentre il 25 è arrivato un impegno a Bruxelles per il presidente. Per questo non era presente”.

Per la maggioranza, Diego Bernardis ha rivendicato la compattezza politica del Centrodestra:
“Le nuove Province non saranno astratte, ma strutture al servizio dei territori, con funzioni chiare e progressive”. Dall’opposizione, invece, è arrivata la lettura opposta: una riforma ancora incompleta, destinata a richiedere ulteriori interventi legislativi prima di diventare pienamente operativa.

Emendamenti approvati e bocciati

La seduta si è caratterizzata anche per un intenso lavoro sugli emendamenti, che hanno modificato e precisato alcuni aspetti del testo. È stato approvato l’emendamento 74 bis, presentato da Serena Pellegrino (Avs), relativo al primo monitoraggio dell’assetto delle Province, per verificare la coerenza dei confini provinciali con le esigenze reali dei territori e con le specificità delle aree. Il testo ha ottenuto un consenso trasversale, con il sostegno anche di Lega, Fratelli d’Italia, Fedriga presidente e Forza Italia, nonostante le perplessità di Pd e Patto per l’Autonomia.

Particolarmente rilevante anche l’emendamento 75 bis 1, illustrato da Claudio Giacomelli (Fratelli d’Italia), che stabilisce un passaggio chiave: prima delle elezioni provinciali dovranno essere approvate almeno sei leggi di settore per definire competenze e risorse dei nuovi enti.

L’opposizione ha espresso forti dubbi. Francesco Russo (Pd) ha parlato di “due giorni di propaganda e ipocrisia”, mentre altri esponenti hanno definito il percorso ancora incerto sul piano operativo. Nel Centrodestra, invece, l’emendamento è stato difeso come garanzia di concretezza della riforma.

Il nodo dei tempi

Uno dei nodi centrali della riforma riguarda i tempi di attuazione e l’effettiva operatività delle nuove Province, che non nasceranno pienamente funzionanti subito dopo l’approvazione della legge.

Le elezioni per i nuovi organi provinciali, infatti, saranno indette solo dopo il completamento del percorso legislativo previsto, che include l’approvazione di almeno sei leggi di settore necessarie a definire competenze, risorse e assetto definitivo degli enti. Questo passaggio è stato al centro del dibattito politico, con parte dell’opposizione che ritiene difficile rispettare la tempistica indicata e ipotizza un possibile slittamento del voto oltre il 2027.

Nel frattempo, la fase transitoria sarà gestita da commissari straordinari nominati dalla Giunta regionale, che accompagneranno la nascita delle nuove amministrazioni locali fino all’insediamento degli organi elettivi.

A delineare il percorso è stato l’assessore alle Autonomie locali Pierpaolo Roberti, che ha seguito l’intero iter della riforma. Roberti ha sottolineato come il provvedimento rappresenti solo il primo passo di un processo più ampio, destinato a svilupparsi gradualmente nel tempo.

Secondo l’assessore, la priorità non è la velocità ma la stabilità del nuovo sistema: il trasferimento delle competenze dovrà avvenire in modo progressivo, evitando criticità amministrative e garantendo continuità ai servizi. Le prime funzioni obbligatorie potranno essere assegnate già dal 2027, mentre per la piena operatività delle Province sarà necessario un periodo più lungo.

Roberti ha inoltre evidenziato che la riforma nasce con l’obiettivo di correggere le criticità del passato, puntando a una maggiore efficienza del sistema istituzionale e a un rafforzamento del ruolo della Regione nella programmazione, lasciando alle Province le funzioni di gestione e amministrazione più vicine ai territori.