Udine celebra l’81° anniversario della Festa della Liberazione, momento centrale di un calendario di iniziative che ha accompagnato la città per tre giorni nel segno della memoria e della partecipazione civile. Cuore della ricorrenza la cerimonia ufficiale in piazza Libertà, dove autorità, cittadini e rappresentanze istituzionali si sono ritrovati nel segno della memoria, della partecipazione civile e del riconoscimento del valore storico della Resistenza.
Il discorso del sindaco De Toni.
Nel suo discorso, il sindaco Alberto Felice De Toni ha richiamato il valore storico della Resistenza e il ruolo di Udine, insignita della Medaglia d’oro al valor militare per la lotta di Liberazione in Friuli.
Autorità civili e militari,
care concittadine e concittadini udinesi,
care friulane e friulani.
ben ritrovati anche quest’anno, a festeggiare assieme una delle ricorrenze più importanti della vita civile del nostro Paese, il 25 aprile, festa della Liberazione dal nazifascismo, della riconquista della libertà e della fine della guerra.
Viviamo giorni difficili. Qualche giorno fa Trump ha affermato: “distruggeremo una civiltà”. Un’espressione inaccettabile, soprattutto se uscita da una delle democrazie più antiche del mondo, soprattutto perché pronunciata dal presidente di un Paese i cui soldati hanno attraversato due volte l’Oceano, durante le guerre mondiali, per aiutare noi europei a sconfiggere nazionalismo e fascismo.
Papa Leone ha dichiarato che l’intenzione di “cancellare un’intera civiltà” è un atto di delirio di onnipotenza. Il Papa ha ribadito che la guerra è sempre una sconfitta, ha sottolineato il necessario rispetto del diritto internazionale.
Ciò che colpisce è l’uso senza scrupoli della violenza. Ma proprio qui a Udine, il 20 settembre 1922 a pochi passi da dove siamo ora, in Piazza Primo Maggio, durante un’adunata fascista, Benito Mussolini sdoganò l’uso della violenza. Era il discorso di Udine, svolto in preparazione della marcia su Roma, che sarebbe avvenuta solo poche settimane dopo, il 28 ottobre. Cito testualmente le sue parole: «La violenza non è immorale… la nostra violenza è risolutiva, perché alla fine del luglio e di agosto in quarantotto ore di violenza sistematica e guerriera abbiamo ottenuto quello che non avremmo ottenuto in quarantotto anni di prediche e di propaganda. Quindi, quando la nostra violenza è risolutiva di una situazione cancrenosa, è moralissima, sacrosanta e necessaria.»
Questo è il fascismo! La violenza che Mussolini ha teorizzato qui a Udine è la stessa praticata per anni dalle camicie nere uccidendo oppositori, sindacalisti, lavoratori. Quella violenza diventò lo strumento di governo di un Paese. Quella violenza si sarebbe ancora accanita contro gli oppositori, come il deputato socialista Giacomo Matteotti; sulla base di quella ideologia di violenza sarebbero stati mandati a morire centinaia di migliaia di soldati italiani nelle guerre di occupazione in Grecia, Jugoslavia e in Russia; si sarebbero aiutati i tedeschi a rastrellare gli ebrei in tutta Europa per dirigerli alle camere a gas dei campi di concentramento.
Ma gli Italiani e i Friulani, ad un certo momento hanno detto basta. «La Resistenza fu lo scatto ribelle di un popolo oppresso, teso alla conquista della sua libertà». Così disse, nel trentennale della Liberazione, Aldo Moro, uno dei massimi rappresentanti di quella Democrazia Cristiana che si diceva fieramente antifascista. La Resistenza, continuava Moro «non fu solo un moto patriottico-militare contro l’occupante tedesco, destinato, perciò, ad esaurirsi con la fine del conflitto mondiale. La Resistenza viene da lontano e va lontano. Affonda le sue radici nella storia del nostro Stato risorgimentale».
Non molti giorni fa, qui a Udine, davanti all’istituto tecnico Deganutti, è comparso uno striscione con scritto: “La scuola non è antifascista, è libera”. Uno striscione firmato da organizzazioni che si richiamano esplicitamente a un immaginario neofascista. Questa non è solo una provocazione o un gesto isolato: è un tentativo di riscrivere il significato delle parole.
Dire che la scuola non è antifascista significa voler negare che cosa sia la nostra Repubblica. E significa farlo, con particolare gravità, davanti a una scuola che porta il nome di una cittadina udinese, nata nel 1914, insegnante elementare, crocerossina, partigiana della resistenza friulana, medaglia d’oro al valor militare alla memoria. Dopo l’8 settembre, Cecilia scelse di stare dalla parte di chi rischiava la vita per restituire libertà e dignità all’Italia. Lo fece nelle Brigate Osoppo-Friuli, con i nomi di battaglia di “Giovanna d’Arco” e “Rita”, ma lo fece a modo suo: senza mai imbracciare un’arma.
La sua resistenza fu una resistenza di cura, di coraggio e di responsabilità. Come infermiera della Croce Rossa assistette militari, feriti, deportati, civili colpiti dalla guerra. Aiutò partigiani nascosti, portò messaggi, informazioni, carte, collegamenti. Si mosse tra Udine e la bassa friulana sapendo bene quali rischi correva, ma continuò a farlo perché la libertà, per lei, non era una parola astratta: era un dovere verso gli altri.
Arrestata nel gennaio del 1945, Cecilia fu imprigionata, interrogata e torturata. Le vennero chiesti i nomi dei suoi compagni. Non li fece. Non parlò. Non tradì. Anche davanti alla violenza scelse di proteggere gli altri prima di sé stessa. Il 4 aprile del 1945 fu prelevata assieme ad altri 12 e fu condotta al campo di concentramento presso la risiera di San Sabba, dove fu uccisa. Il corpo venne quindi bruciato nel forno crematorio del campo, all’età di trent’anni. Cecilia Deganutti simboleggia lo spirito, la dignità e la voglia di libertà senza confini che hanno contraddistinto la nostra Resistenza.
Mettere in contraddizione antifascismo e libertà è un controsenso storico.
Ritorniamo allo striscione che recita: “La scuola non è antifascista, è libera”. Allora vi domando: di che libertà stiamo parlando? La libertà di cancellare la storia? La libertà di ignorare il sacrificio di chi ha dato la vita per permetterci di essere qui oggi? La libertà della nostra Repubblica è una libertà che nasce da una scelta precisa: dire no al fascismo. Dobbiamo dirlo con chiarezza, senza ambiguità: la scuola è antifascista perché la nostra costituzione è antifascista, i comuni italiani sono antifascisti, le regioni italiane sono antifasciste, l’Italia è antifascista. Non per ideologia, per storia.
La nostra Costituzione – che nasce dalla resistenza e dunque dall’antifascismo – ha dato vita ad una repubblica democratica e pluralista che è contraria ad ogni ideologia totalitaria.
Alle persone che si ispirano ancora oggi al fascismo, desidero ricordare quello che disse Ghandi: “La via della verità e dell’amore ha sempre vinto. Ci sono stati tiranni e assassini che, per un certo tempo, sono sembrati invincibili, ma alla fine sono sempre caduti”.
Fra poche settimane, il 2 giugno, festeggeremo gli ottant’anni della scelta popolare per la Repubblica, e dell’elezione dell’assemblea che ha scritto la nostra Costituzione. Il Friuli si espresse a larga maggioranza per la Repubblica, erede di una lotta di liberazione che fu veramente di popolo, erede di esperienze indimenticabili come la Repubblica partigiana della Carnia e dell’Alto Friuli che anticipò i valori e il senso della democrazia repubblicana.
Viva il 25 aprile! Viva Udine! Viva il Friuli! Viva l’Italia repubblicana!
