Tre trapianti di cuore in 24 ore e cinque in appena quindici giorni. È il risultato raggiunto dal Centro trapiantologico dell’ASUFC di Udine tra il 5 e il 6 agosto 2026. Un dato eccezionale, ma che non viene letto come un semplice record: dietro la contemporaneità degli interventi c’è un modello che punta a utilizzare le nuove tecnologie di preservazione degli organi per rendere più flessibile l’intera organizzazione dei trapianti.
Per decenni, il tempo è stato uno dei principali limiti del trapianto cardiaco. La conservazione tradizionale in ipotermia impone tempi di ischemia relativamente brevi e richiede una stretta sincronizzazione tra il prelievo del cuore, il trasporto, la preparazione del ricevente e l’intervento chirurgico. Le nuove tecnologie di preservazione stanno modificando questo scenario, offrendo modalità e tempi diversi di gestione dell’organo.
Ed è proprio qui che l’esperienza di Udine prova a compiere un ulteriore passo: non utilizzare la tecnologia soltanto per conservare meglio un cuore, ma per governare il tempo e organizzare in modo diverso l’intero percorso trapiantologico.
Dal cuore battente alla donazione dopo arresto cardiocircolatorio
Udine è un centro di riferimento nazionale per alcune delle tecnologie più avanzate di preservazione del cuore destinato al trapianto. L’esperienza maturata negli anni ha portato il Centro friulano a sperimentarne l’utilizzo anche in una prospettiva organizzativa più ampia.
Nel maggio 2024, Udine ha introdotto in Europa il trapianto cardiaco a cuore battente, una delle frontiere della moderna trapiantologia. Il principio è quello di non limitarsi a conservare un organo fermo proteggendolo dall’ischemia, ma di mantenerne per quanto possibile la funzione attraverso una perfusione continua. Una strategia particolarmente interessante per i cuori più vulnerabili e per gli organi provenienti da donatori nei quali il cuore ha già attraversato una fase di ischemia.
Un ambito strettamente collegato è quello della donazione DCD, acronimo di Donation after Circulatory Death, cioè la donazione dopo la determinazione della morte secondo criteri cardiocircolatori. Lo sviluppo dei programmi DCD permette di ampliare il bacino dei potenziali donatori e rappresenta una delle strategie per affrontare la persistente carenza di organi.
In questi casi tecnologia e organizzazione diventano inseparabili. Un cuore proveniente da un donatore DCD richiede infatti percorsi complessi, il coordinamento di più équipe e strumenti capaci di recuperare, preservare e valutare l’organo prima del trapianto.
L’integrazione tra DCD, diverse tecniche di preservazione e trapianto a cuore battente apre così una prospettiva nuova: aumentare il numero di cuori utilizzabili e, allo stesso tempo, cercare di ridurre il danno ischemico. La domanda, quindi, non è più soltanto quanto a lungo sia possibile preservare in sicurezza un cuore, ma come utilizzare il tempo guadagnato dalle nuove tecnologie per organizzare meglio il sistema e trapiantare più pazienti.
Tre trapianti in 24 ore: la sfida diventa organizzativa
Le diverse tecnologie di preservazione offrono finestre temporali e modalità differenti di gestione dell’organo. Integrarle in un unico modello significa poter coordinare équipe di prelievo, trasporti, sale operatorie, cardiochirurghi, anestesisti, perfusionisti e personale infermieristico con maggiore flessibilità. In altre parole, la tecnologia permette di governare il tempo; l’organizzazione consente di trasformare quel tempo in nuove opportunità di trapianto.
La questione diventa ancora più importante quando più donazioni si verificano nello stesso arco temporale. La disponibilità contemporanea di più organi rappresenta infatti un’opportunità, ma anche una grande sfida organizzativa. Senza risorse e flessibilità sufficienti per gestire più percorsi contemporaneamente, il rischio è che un organo potenzialmente utilizzabile non possa essere accettato.
Il modello sviluppato a Udine punta proprio a superare questo limite. L’impiego differenziato delle tecnologie di preservazione, insieme alla possibilità di attivare più équipe e percorsi in parallelo, permette di separare maggiormente il momento del prelievo da quello dell’impianto e di gestire contemporaneamente più donazioni, adattando i tempi alle esigenze cliniche e organizzative.
I tre trapianti cardiaci eseguiti nell’arco di 24 ore tra il 5 e il 6 agosto rappresentano la dimostrazione concreta di questo approccio. Il risultato non consiste quindi soltanto nell’aver eseguito tre interventi complessi in un periodo molto breve, ma nell’aver potuto accettare e utilizzare più organi disponibili nello stesso arco temporale, organizzando contemporaneamente differenti percorsi di prelievo, preservazione e trapianto.
Un risultato reso possibile dalla professionalità degli operatori coinvolti. Medici, infermieri, perfusionisti, tecnici e tutte le figure impegnate nelle diverse fasi della donazione e del trapianto hanno lavorato in stretta sinergia, trasformando la complessità di questi percorsi in una concreta possibilità di cura.
Il vero obiettivo, infatti, sono i pazienti in lista d’attesa. In un contesto nel quale gli organi disponibili restano inferiori alle necessità, ogni cuore che può essere utilizzato rappresenta una possibilità in più per una persona con insufficienza cardiaca terminale. L’efficienza organizzativa diventa quindi parte integrante della cura.
“L’obiettivo non è fare più trapianti nello stesso momento per stabilire un record, ma fare in modo che la contemporaneità delle donazioni non costituisca più un limite alla possibilità di utilizzare gli organi disponibili”, sottolinea il direttore del Dipartimento Cardio-Toraco-Vascolare, Igor Vendramin.
“La frontiera del trapianto cardiaco non passa quindi soltanto attraverso dispositivi sempre più sofisticati. Passa dalla capacità di integrare quelle tecnologie in un sistema nuovo, nel quale preservazione d’organo, logistica, équipe multidisciplinari e organizzazione delle sale operatorie siano pensate come componenti di un unico percorso”, aggiunge Vendramin. “È un cambio di paradigma: dalla tecnologia utilizzata per preservare il singolo cuore alla tecnologia utilizzata per aumentare l’efficienza dell’intera rete trapiantologica. E il risultato finale si misura non tanto nel numero di interventi eseguiti in un breve periodo, quanto nel numero di organi che si riesce a non perdere e, soprattutto, nel numero di pazienti in lista d’attesa ai quali può essere offerta una nuova possibilità di vita”.
Per l’assessore regionale alla Salute, politiche sociali e disabilità, Riccardo Riccardi, “i tre trapianti cardiaci realizzati in 24 ore a Udine rappresentano un risultato straordinario, che va oltre il singolo Centro e testimonia il valore dell’intera rete trapiantologica del Friuli Venezia Giulia”.
“L’esperienza maturata nel trapianto cardiaco dimostra come innovazione tecnologica, competenze e nuovi modelli organizzativi possano essere integrati per utilizzare al meglio gli organi disponibili e offrire maggiori opportunità ai pazienti in lista d’attesa“, aggiunge Riccardi, secondo cui si tratta di “un modello che può rappresentare un patrimonio strategico per la nostra Regione e rafforzarne ulteriormente il ruolo nel panorama trapiantologico nazionale”.
L’assessore sottolinea infine il ruolo del personale sanitario: “Un risultato reso possibile soprattutto grazie alla professionalità, alla dedizione e all’attenzione umana di tutti gli operatori sanitari coinvolti, ai quali va il ringraziamento della Regione”. Investire nella rete dei trapianti, conclude Riccardi, significa investire “nell’alta specializzazione, nell’innovazione tecnologica, nell’organizzazione e nella capacità di lavorare insieme”.

