11 settembre 1976, il Friuli tornò a tremare: 50 anni fa le scosse che riaprirono la ferita

Cinquant’anni fa, l’11 settembre 1976, il Friuli tornava a tremare. Erano trascorsi poco più di quattro mesi dalla devastante notte del 6 maggio, ma per migliaia di persone la paura era ancora parte della vita quotidiana. Case distrutte o lesionate, famiglie costrette a vivere nelle tendopoli e interi paesi impegnati nei primi difficili passi verso la ricostruzione: in questo scenario arrivarono due nuove e violente scosse, capaci di riaprire una ferita che non si era mai davvero rimarginata.

Alle 18.31 la terra tremò con una magnitudo stimata intorno a 5,3. Appena quattro minuti più tardi, alle 18.35, arrivò una seconda scossa ancora più forte, di magnitudo 5,6. Pochissimi minuti che bastarono a riportare il terrore nelle strade e nelle piazze dei centri già duramente colpiti dal sisma di maggio.

Molti friulani si trovavano ancora in sistemazioni di fortuna, mentre altri erano rientrati nelle abitazioni considerate agibili o stavano cercando di recuperare quello che potevano dalle proprie case. Le scosse di settembre dimostrarono però che la lunga sequenza sismica non era affatto conclusa.

Quattro minuti che fecero tornare la paura

Le scosse dell’11 settembre interessarono nuovamente soprattutto il cuore dell’area terremotata. Gemona, Venzone, Trasaghis, Bordano, Osoppo, Montenars, Buja e Monteaperta furono tra le località dove si registrarono nuovi danni, con edifici già compromessi che subirono ulteriori lesioni e strutture che non riuscirono a resistere a un altro violento movimento della terra.

Per chi aveva vissuto il 6 maggio fu un ritorno improvviso all’incubo. Il rumore, le oscillazioni degli edifici e la corsa all’aperto riportarono alla memoria quanto accaduto durante la primavera. La popolazione aveva trascorso l’estate cercando di riorganizzarsi, mentre proseguivano le verifiche sugli immobili, le demolizioni degli edifici pericolanti e gli interventi per garantire una prima sistemazione agli sfollati.

Il terremoto del 6 maggio aveva lasciato dietro di sé un bilancio drammatico: 989 vittime, oltre 2.600 feriti e circa 100mila persone senza casa, oltre a migliaia di edifici distrutti o gravemente danneggiati. In numerosi comuni la vita quotidiana era stata completamente sconvolta e il ritorno alla normalità appariva ancora lontano.

In questo contesto, le due scosse dell’11 settembre ebbero anche un forte impatto psicologico. Non si trattava più soltanto di convivere con le conseguenze di un disastro già avvenuto: la terra continuava a muoversi e nessuno poteva sapere quando la sequenza si sarebbe davvero conclusa.

Quattro giorni dopo la terra tremò ancora

L’11 settembre, purtroppo, non rappresentò la fine dell’emergenza. Solo quattro giorni più tardi, il 15 settembre, il Friuli venne colpito da altre due violentissime scosse. La prima arrivò alle 5.15, con una magnitudo vicina a 5,9, mentre alle 11.21 si verificò un nuovo terremoto di magnitudo prossima a 6.

Furono scosse particolarmente distruttive, capaci di provocare ulteriori crolli negli edifici che avevano resistito agli eventi precedenti. In alcuni paesi ciò che era rimasto in piedi dopo il 6 maggio venne definitivamente compromesso. Le scosse del 15 settembre provocarono anche altre vittime, rendendo ancora più pesante il bilancio di quei mesi terribili.

A quel punto la necessità di mettere al sicuro la popolazione diventò ancora più urgente. Con l’avvicinarsi dell’autunno e poi dell’inverno, migliaia di persone non potevano continuare a vivere nelle tende. Una parte degli abitanti delle zone maggiormente colpite venne così trasferita temporaneamente verso strutture e alberghi delle località turistiche, tra cui Grado e Lignano Sabbiadoro, mentre nei territori terremotati si lavorava alla realizzazione di soluzioni abitative più stabili.

Fu una fase durissima per le comunità friulane, costrette non soltanto a fare i conti con la perdita delle case e, in molti casi, dei propri familiari, ma anche con lo sradicamento dai paesi e con l’incertezza sul futuro.

Cinquant’anni dopo, una data che il Friuli non dimentica

L’11 settembre 1976 resta una delle date più importanti della lunga sequenza del terremoto del Friuli. È inevitabilmente meno conosciuta rispetto al 6 maggio, il giorno che segnò l’inizio della tragedia, ma rappresentò uno dei momenti più difficili di quei mesi: quando una popolazione già stremata comprese che la terra non aveva ancora smesso di tremare.

Le scosse di settembre rallentarono ulteriormente il ritorno alla normalità e resero ancora più evidente la necessità di ripensare interi paesi, edifici e infrastrutture. Da quella tragedia sarebbe poi nata una delle più grandi opere di ricostruzione della storia italiana del dopoguerra.

A cinquant’anni di distanza, il ricordo di quelle giornate conserva ancora un significato profondo per il Friuli. Dietro i numeri ci sono famiglie, paesi, case perdute e comunità costrette a ricominciare quasi da zero. Ma ci sono anche la solidarietà, il lavoro di migliaia di volontari e soccorritori e la determinazione di una popolazione che riuscì a rialzarsi.