Lo stop precauzionale all’utilizzo dell’acqua dei pozzi artesiani privati disposto nei Comuni di Aviano, Fontanafredda, Porcia e Roveredo in Piano riaccende l’allarme sulla contaminazione da Pfas delle falde del Friuli Occidentale. Legambiente FVG chiede che vengano individuate rapidamente le possibili responsabilità industriali, avviati controlli straordinari sulla filiera agroalimentare e garantito un adeguato supporto ai cittadini coinvolti.
Le ordinanze firmate dai sindaci vietano, all’interno delle aree interessate, l’utilizzo dell’acqua dei pozzi privati anche per l’abbeverata degli animali e l’irrigazione di orti e giardini. Una misura precauzionale adottata dopo che il potenziamento delle capacità analitiche di Arpa FVG e l’adozione di limiti più restrittivi per la potabilità hanno fatto emergere la presenza delle sostanze perfluoroalchiliche nelle acque sotterranee della pianura pordenonese.
Secondo Legambiente, la situazione evidenzia i ritardi accumulati nell’affrontare un problema che riguarda sia la quantità sia la qualità delle risorse idriche. Da una parte, infatti, le falde risentono di un progressivo abbassamento dei livelli; dall’altra devono fare i conti con la presenza di contaminanti storici ed emergenti, tra i quali i Pfas.
Due aree di contaminazione tra Aviano e Fontanafredda
L’associazione richiama in particolare la presenza di due distinti pennacchi di contaminazione: uno da Pfas riconducibile all’area di Aviano e uno da Pfoa individuato nella zona di Fontanafredda. Una configurazione che, secondo Legambiente, renderebbe necessario approfondire la possibile origine industriale dell’inquinamento.
Oltre alla ricerca delle fonti degli eventuali sversamenti, recenti o avvenuti in passato, viene sollecitata anche una verifica sui sistemi di depurazione dei reflui delle attività presenti nell’area. I Pfas, spesso definiti “inquinanti eterni” per la loro elevata persistenza nell’ambiente, sono sostanze associate dalla letteratura scientifica e dai monitoraggi sanitari a diversi possibili effetti sulla salute, tra cui patologie tiroidee, aumento del colesterolo, ipertensione gestazionale e alcune forme tumorali.
La richiesta di controlli su latte, carne e derivati
Una delle principali preoccupazioni riguarda la presenza di allevamenti all’interno del perimetro interessato dalla contaminazione. Secondo Legambiente, qualora gli animali abbiano assunto per mesi o anni l’acqua proveniente dai pozzi, non può essere escluso un possibile rischio di bioaccumulo nella filiera agroalimentare locale, con particolare riferimento a latte, carne e prodotti derivati.
Per questo l’associazione chiede l’avvio di un piano urgente e straordinario di campionamento e screening delle matrici alimentari prodotte nell’area, con l’obiettivo di tutelare sia i consumatori sia gli allevatori. Ulteriori indicazioni potrebbero emergere durante l’incontro previsto per lunedì 13 luglio, al quale parteciperanno Arpa FVG e i principali soggetti coinvolti nella gestione dell’emergenza.
“Un enorme imbuto naturale di ghiaia”
L’allarme riguarda anche le caratteristiche idrogeologiche del territorio. La mappa della contaminazione seguirebbe infatti la direttrice dell’alta pianura permeabile, in parte coincidente con la Zona speciale di conservazione e la Zona di protezione speciale dei Magredi.
“Questo territorio funziona come un enorme imbuto naturale di ghiaia. Qualsiasi inquinante sversato in superficie penetra rapidamente andando a intaccare la falda freatica. Spostandosi verso sud, l’acqua contaminata rischia di riaffiorare nella fragile fascia delle Risorgive”, sottolinea Legambiente.
“Avvelenare questa risorsa significa compromettere la nostra banca d’acqua del futuro, in un momento storico in cui i prelievi e il riscaldamento globale stanno già riducendo i livelli idrici ai minimi storici. È tempo di scelte non più rinviabili, che affrontino insieme la crisi quantitativa e qualitativa delle acque sotterranee”.
L’allarme sulle falde già lanciato nel 2023
Legambiente FVG ricorda di aver già sollevato il problema nel settembre del 2023, in occasione dell’ordinanza regionale sui pozzi zampillanti e dell’analisi delle impronte idriche del sistema produttivo.
All’epoca l’associazione aveva denunciato come le falde del Friuli e del Pordenonese fossero scese ai minimi storici, in un contesto classificato da Ispra con un livello di “severità media”. Nel mirino era finito anche il prelievo idrico incontrollato nella Bassa Friulana e Pordenonese, stimato in oltre un miliardo di metri cubi all’anno.
“Oggi alla crisi quantitativa, aggravata da siccità sempre più frequenti, si somma il degrado qualitativo”, conclude Legambiente. “Non solo stiamo svuotando la riserva idrica delle future generazioni: le riserve rimaste rischiano di essere irrimediabilmente inquinate. Il tempo per intervenire è quasi scaduto”.
