Gli ecosistemi costieri dell’Alto Adriatico sono sempre più vulnerabili di fronte ai cambiamenti climatici, e la Laguna di Marano e Grado si trova in prima linea in questa emergenza. Nel corso del workshop dedicato al progetto europeo “CRADLES – Creare aree resilienti per sviluppare cicli biologici e servizi ecosistemici”, svoltosi alla Pescheria Vecchia di Marano Lagunare, sono emersi i preoccupanti risultati di uno studio scientifico incentrato sulla perdita di biodiversità.
Le analisi geomorfologiche, sedimentologiche, i monitoraggi idrometrici e i dati ornitologici presentati da Saverio Fracaros e Stefano Sponza dell’Università di Trieste hanno dimostrato come le acque alte e gli eventi meteorologici intensi stiano accelerando l’erosione e la sommersione delle barene naturali.
Questo fenomeno riduce progressivamente le superfici emerse necessarie alla nidificazione dell’avifauna acquatica tutelata dalla rete Natura 2000, esponendo i nidi al rischio costante di allagamento durante le maree eccezionali o le forti ondate di maltempo.
Il ruolo delle valli da pesca e la collaborazione con il territorio
In uno scenario di crescente criticità, la ricerca evidenzia come le valli da pesca e i dossi artificiali stiano assumendo un ruolo sempre più centrale nel garantire aree idonee alla riproduzione dell’avifauna. Questa funzione, però, è possibile solo a condizione che gli ambienti vengano mantenuti in modo costante attraverso una gestione mirata dei livelli idrici e dei sedimenti, legata alle normali attività svolte sul territorio.
Il progetto CRADLES, che vede come responsabile il direttore del Servizio Caccia e Risorse Ittiche Valter Colussa ed è finanziato dal Programma Interreg Ipa Adrion 2021-2027, punta proprio a rafforzare la sinergia tra istituzioni, mondo della ricerca e operatori locali, con l’obiettivo di integrare competenze scientifiche e conoscenze maturate sul campo.
Sul versante scientifico sono intervenuti anche Alice Stocco e Pietro Gorgosalice dell’Università Ca’ Foscari Venezia, per il partner di progetto Conisma, il consorzio che riunisce numerosi atenei italiani impegnati nella ricerca marina e ambientale. Nel loro contributo hanno approfondito il ruolo delle barene come aree di vivaio naturale per la crescita delle specie ittiche di pregio, sottolineando al tempo stesso l’importanza di una conoscenza ecologica condivisa che integri il lavoro dei ricercatori con l’esperienza quotidiana di pescatori e vallicoltori che vivono e operano stabilmente nella laguna.
Il carbonio blu e il contributo delle università
Il progetto coinvolge istituzioni di sette paesi dell’area Adriatico-Ionica. In questo contesto, Salvatrice Vizzini dell’Università degli Studi di Palermo ha illustrato le attività di ricerca dedicate al cosiddetto “carbonio blu” svolte nella Laguna di Venezia e in aree costiere marine e zone umide di transizione e di acqua dolce di Croazia, Serbia e Grecia.
Le ricerche mirano ad accrescere conoscenze sul ruolo degli ecosistemi naturali nell’immagazzinamento del carbonio, evidenziando come la tutela ed il ripristino degli habitat lagunari possa contribuire alla lotta contro il cambiamento climatico e alla conservazione delle aree essenziali per la crescita delle specie ittiche. Analisi analoghe sono state avviate anche nella Laguna di Marano e Grado.
A chiusura del workshop, il professor Giorgio Fontolan, coordinatore del Coastal Group del Dipartimento di Matematica, Informatica e Geoscienze dell’Università di Trieste, ha richiamato l’attenzione sulla necessità di rafforzare i sistemi di monitoraggio ambientale e di sostenere anche economicamente i gestori delle valli da pesca, riconoscendo il loro ruolo fondamentale nella tutela della biodiversità e nella resilienza degli ecosistemi costieri.
