Fabio Capello si prepara a compiere 80 anni e, in una lunga intervista al Corriere della Sera, ripercorre la sua vita partendo dalle radici: Pieris, il paese in provincia di Gorizia dove è nato il 18 giugno 1946. Un borgo di mille abitanti, ricorda l’ex calciatore e allenatore, capace però di dare quattro giocatori alla Nazionale: oltre a lui, Blason, Mazzero e lo zio Mario Tortul.
Capello rivendica con orgoglio la sua identità friulana, anzi bisiaca. “È una piccola parte del Friuli, in provincia di Gorizia, fra l’Isonzo e il Timavo”, racconta, richiamando quella terra di confine che ha segnato profondamente la sua storia personale e familiare. Nel suo racconto entrano anche le foibe, la memoria del dopoguerra, il confine vicino e un anticomunismo dichiarato, maturato proprio in quella realtà attraversata dalle tensioni della storia.
Il ricordo delle foibe e il confine vicino
Nell’intervista, Capello ricorda come nella sua zona le vicende del confine orientale fossero parte della memoria quotidiana. Racconta di compagni di scuola ai quali il padre era stato portato via e infoibato, sottolineando come per anni di quelle storie si sia parlato poco. “Erano storie che noi sapevamo, storie di confine”, afferma.
Il legame con quel territorio emerge anche quando ricorda il Giro d’Italia preso a sassate a Pieris, poche settimane dopo la sua nascita, da manifestanti filo-jugoslavi contrari al passaggio verso Trieste. Un episodio che, nel racconto di Capello, restituisce il clima di un dopoguerra ancora segnato da ferite profonde.
Wembley, la dedica ai “camerieri italiani” e l’orgoglio azzurro
Tra i momenti più iconici della carriera da calciatore, Capello torna sulla storica vittoria dell’Italia a Wembley contro l’Inghilterra, il 14 novembre 1973. Fu lui a segnare il gol decisivo, raccogliendo una respinta del portiere Shilton dopo un tiro di Chinaglia. Una rete entrata nella storia, perché consegnò agli Azzurri il primo successo italiano nello stadio simbolo del calcio inglese.
Capello ricorda anche la provocazione dei tabloid britannici, che avevano parlato di ventimila camerieri italiani sugli spalti. Alla fine della partita, quando gli chiesero a chi dedicasse quella vittoria, la risposta fu immediata: ai “ventimila camerieri italiani di Wembley”. Un modo per trasformare lo scherno in orgoglio.
Dal Friuli al grande calcio: Roma, Juventus, Milan
La carriera di Capello lo porta prima alla Spal, poi alla Roma, alla Juventus e al Milan. Da giocatore vince quattro scudetti e due Coppe Italia, ma nell’intervista emerge soprattutto il racconto di un calcio diverso, fatto di disciplina, sacrificio e rapporti diretti.
Ricorda Gianni Rivera come “il più forte” con cui abbia giocato, senza confronti, e racconta la mentalità vincente respirata alla Juventus: un club dove, spiega, vincere non era qualcosa di straordinario, ma un’abitudine. Poi il Milan dello scudetto della stella nel 1979, vissuto come un traguardo necessario e una grande soddisfazione collettiva.
Il rapporto con Berlusconi e i trionfi da allenatore
Da allenatore Capello diventa uno dei tecnici italiani più vincenti. Con il Milan conquista quattro scudetti e la Champions League del 1994 contro il Barcellona di Cruijff, una delle partite più celebri della storia rossonera. Nell’intervista ricorda Silvio Berlusconi come una figura “eccezionale”, capace di realizzare sogni e di costruire una squadra tra le più forti al mondo.
Capello parla anche della Roma dello scudetto del 2001, definendolo uno dei suoi grandi successi, costruito con un gruppo forte e con giocatori decisivi come Totti, Cassano e Batistuta. Su Cassano, il racconto si fa più personale: l’ex allenatore rivela di sentirlo ancora e racconta con ironia lo stupore dei figli dell’ex attaccante nel sentirlo dare del lei a Capello.
I campioni allenati e il calcio che cambia
Nella lunga intervista c’è spazio anche per i grandi numeri 10 e per i fuoriclasse allenati o affrontati: Baggio, Del Piero, Totti, Ronaldo, Ibrahimovic, Maradona, Pelé e Messi. Capello definisce Maradona, Pelé e Messi “i tre geni della storia del calcio”, giocatori capaci di inventare qualcosa che gli altri non osavano nemmeno pensare.
A Ibrahimovic, racconta, spiegò che non gli interessava “il circo” per gli spettatori, ma i gol. Un concetto semplice, figlio degli insegnamenti ricevuti da giovane: per segnare bisogna stare davanti alla porta.
La critica al calcio italiano: troppa tattica, poca tecnica
L’ultima riflessione è dedicata alla crisi della Nazionale italiana. Per Capello, il problema è chiaro: il calcio italiano si è innamorato troppo della tattica, cercando di copiare modelli come il guardiolismo senza avere sempre i giocatori adatti. Nei settori giovanili, sostiene, si lavora troppo sugli schemi e troppo poco sulla tecnica.
Una critica netta, coerente con il suo percorso e con la sua idea di calcio: disciplina, educazione, rispetto, ma anche qualità individuale e lavoro sui fondamentali. A pochi giorni dagli 80 anni, Fabio Capello si racconta così: campione friulano, uomo di confine, protagonista di un calcio che ha attraversato mezzo secolo di storia italiana ed europea.
